Ciao mi chiamo Stefano,
quella che sto per scrivere vuole essere la storia mia e
della mia compagna Michela, del nostro tentativo di
cambiare vita alla soglia dei trentanni, nei primi anni
novanta.
In onore e su gentile
richiesta di questo forum, che ho scoperto per caso,
metto per la prima volta nero su bianco ed il piu’
brevemente possibile, la storia di quegli anni, sperando
cosi’di poter rivivere e far vivere a chi legge quel
periodo crudele e splendido.
Avevo un negozio di
dischi nel profondo biellese, mia moglie lavorava in un
circolo famigliare acli, era il 1993, scoppiava
tangentopoli, fin troppo facile dire «voglio andare
via». Credo propio che fu a quell’epoca che nacque il
concetto di «cambio vita», «fuga», come fenomeno di
massa, riviste come «Gulliver», con i loro servizi ed
annunci, la situazione politica in Italia e i passa
parola su paesi in via di sviluppo stimolarono parecchia
gente. Noi già da qualche anno viaggiavamo: Marocco,
India, Nepal, etc. Passavamo le domeniche d’inverno ad
immaginare un futuro diverso, un rapporto piu’ semplice
e meno di fretta con la vita e la natura. Il mio amico
d’adolescenza Adriano e la sua compagna, Monica, già da
tempo avevano preso il largo: Londra, Nicaragua, tra le
onde delle Canarie e adesso erano in Costarica.
Fu l’ennesimo stimolo
per noi: allora il Costarica era molto di moda, «la
Svizzera del centro america», «un paese dove non esiste
l’esercito» etc...Ci andammo in vacanza nel ’92, ci
piacque, tornammo e vendetti il negozio.
E’difficile partire con
un biglietto di sola andata : i tuoi posti ti sembrano
improvvisamente piu’ belli, le montagne piu’contrastate,
la gente piu’ simpatica, la famiglia ha il magone
cronico,i simpatici amici si dispendiano a darti ogni
sorta di consiglio e di avvertimento, ma nessuno, che mi
ricordi, mi ha detto una volta sola «mi dispiace non
vedervi piu’».
Pero’ sì mi ricordo la
mattina buia verso l’aereoporto: il cambio nella mia
testa era già avvenuto, ero già nelle foreste del
Costarica e non mi sembrava realtà cio’ che stavo per
vivere. Il check-in, i genitori di Michela pallidi in
volto, lei in singhiozzi nella sala d’aspetto….Una sola
domanda: «vuoi tornare indietro ?» L’ultimo singhiozzo
fu un «no mai !».
Atterrammo a San José.
Ricordavo la nostra prima visita qualche mese prima.
Adriano e Monica, commossi in contro luce oltre la
parete di vetro della sala d’attesa dell’aereoporto….Adesso
eravamo li :biglietto solo andata, il sogno della nostra
adolescenza si era avverato.

Restammo quasi un anno
e mezzo. Gestimmo per qualche tempo un bar alla
periferia di San José e quando avevo l’occasione portavo
qualche turista a visitare il paese in cambio di qualche
dollaro. Per il resto qualche lavoretto qua e la,
qualche illusione, ma mai nulla di concreto. A parte i
soldi che finivano.
Nel frattempo sembrava
che mezza Italia si riversasse nel paese. Chi non sapeva
spiegare che ci facesse li diceva «import-export» una
categoria, in molti casi, che credeva di riunire i
vantaggi dei tropici con la sicurezza del propio paese.
Poi c’era anche molta gente disonesta, ma anche molta
brava gente: giovani coppie, famiglie che compravano
bungalows abusivi sulla spiaggia, pizzerie che non
funzionavano….La lista é lunga e in molti hanno perso
veramente tutto. Non voglio dilungarmi troppo, ma anche
se ho lasciato qualche amico, se ho avuto un rapporto
con la natura eccezionale in certi momenti e tanti bei
ricordi, ilCostarica fu una disillusione. Non so ancora
dire se sbagliai io o il posto. Forse tutti e due. Fu
cosi’ che un anno e mezzo dopo il nostro arrivo
contattai un conoscente alle Canarie, partii quindi da
solo per Tenerife dal Costarica in avanscoperta. Partii
senza troppa convinzione, in realtà mi sembrava già di
essere sulla strada del ritorno. Mia moglie rimase
ancora un mese in Costarica a casa di amici ed io mi
stabilii a Tenerife e incominciai a setacciare annunci
sui giornali e a visitare attività, spiagge in gestione,
gelaterie e via dicendo.L’impatto non fu positivo. Mi
resi subito conto che tirava un aria d’europa :edifici
grigi a «La Laguna», tutto piu’ ordinato e con meno
colore. Quando mia moglie mi raggiunse restammo ancora
un mese.Lavorammo un periodo vendendo multi propietà, a
caccia di turisti per strada che ci mandavano a quel
paese. Dormivamo in stanze d’hotel sempre piu’ care con
l’avvicinarsi della stagione, cosi’ decidemmo nel giugno
del ’94 di ritornare a casa. Michela piangeva di nuovo
sul volo di ritorno, ma non era piu’ un pianto di gioia,
il sogno era forse finito.

Atterrammo in una calda
estate,con la ferma intenzione di non rimanerci. I
sorrisetti di conoscenti e parenti ci davano ancora piu’
la consapevolerzza che da un certo tipo di viaggio non
si fa piu’ ritorno :si torna «tornati». Pochi
s’interessarono delle nostre vere motivazioni e di come
un anno e mezzo (e mi erano sembrati dieci) non fosse
stata la solita vacanza tipo «diapositive.. ooh !», ma
dove era iniziato un altro capitolo della nostra vita.
Io e mia moglie fummo
costretti, non avendo piu’ una casa, a vivere dai
rispettivi genitori, separati e con mile sensi di colpa.
Passava l’estate, con i soliti stereotipi. Sfogliando
Gulliver un giorno notai un annuncio «isole Tonga
:piccoli investimenti». Incominciai a faxare con il «tongano»,
che era Davide di Lodi e stava, con l’aiuto del governo
locale, mettendo su un progetto agricolo di rotazione
delle colture e aveva bisogno di aiuto. Dopo alcune
esitazioni, ad inizio ottobre ’94 partii da solo verso
la polinesia: isole Tonga. Fu subito uno shock. Andai a
vivere insieme a Davide e la sua compagna tongana,.
Affittammo un ettaro di terreno nell’isola principale
Tongatapu e iniziammo a coltivarlo. Sembrava di essere
in un altro mondo : la gente che ti salutava per strada,
echi di risate ovunque nelle case e poi la natura e la
pressione dell’oceano ovunque. Si i tongani mi sono
apparsi come un popolo felice.
Michela arrivo’ un mese
dopo . Fu la prima a scendere dall’aereo, l’accolsi con
una ghirlanda di fiori in testa. Trovammo una bellissima
casa per noi con un giardino immenso dove cresceva di
tutto, a due passi dal mare. La sera la nostra
televisione era la luna tra le palme…La mattina partivo
in bicicletta per andare a lavorare al campo :una
quindicina di km per attraversare l’isola. A volte
passavo giornate intere in completa solitudine,
lavorando tra lattuga, pomodori e vento, il tutto in una
esplosione di colori interrotta ogni tanto da qualche
isolano che mi offriva un mango o una papaya. A fine
giornata un bagno nella spiaggia vicino e poi tornavo
intontito da tanta bellezza e silenzio a casa da Michela
che mi aspettava per cena.
Poi conobbi Gianni: aveva una barchetta e insieme a
amici polinesiani, quando si poteva, partivamo qualche
giorno a scoprire le isolette intorno, ci si fermava a
dormire sulla piu’ bella e per cena un falo’ con il
pesce pescato in mari dai colori irreali…,poi ci univamo
ai canti polinesiani al tramonto, mentre il cielo
prendeva fuoco…un senso di libertà assoluta che non ho
mai piu’ provato. Che dire di piu’? Poteva continuare?
Certo che no! Il mio socio Davide ebbe dei problemi
personali e fu costretto a rientrare in Italia. Rimasi
solo con un progetto, un visto e un biglietto aereo in
scadenza: non ce la sentimmo di continuare. Ma Tonga sì
quello fu un vero cambio, non credo che avrei potuto
vivere tutta la mia vita su un isola, ma dopo qualche
tempo il problema é che non sarei piu’ riuscito a vivere
da nessuna altra parte.

Tornammo quindi.
Atterrammo a Linate a fine febbraio ’95 e fu un ritorno
duro: lo sguardo di ghiaccio dei genitori all’aereoporto,
il freddo, il grigio, senza macchina senza lavoro e
prospettive.Trovammo rifugio nella casa di mia madre in
un piccolo paesino, chiusa di solito d’inverno.
Partivamo a piedi per fare la spesa nel negozio piu’vicino
mentre alcune certezze si stavano incrinando. Michela
ritrovo’ lavoro nel circolo dove già lavorava in
precedenza. Io riuscii a farmi assumere e potemmo infine
comprarci un' A1 di seconda mano: perlomeno si riusciva
ad andare avanti.
Non poteva finire cosi’.
Era tornato un nostro amico -Ciro di Milano - dal
Costarica. Andammo a trovarlo e ci parlo’ di un altro
suo amico che lavorava in una gelateria a San José : una
catena che era in un po’ tutto il sud america «se vuoi
ti do il numero di telefono del responsabile..». Qualche
settimana dopo eravamo a Genova per l’appuntamento,
prossima destinazione: Bogotà, Colombia : Marzo del ’96.
Mia sorella ci
accompagno a Linate una mattina nebbiosa. Prima di
stabilirci a Bogotà, nelle nostre due gelaterie
definitive, dovevamo fare un corso di un mese a Cali –
pattria della salsa, da Umberto il responsabile in loco.
Si «querida Colombia» :
fu amore a prima vista. Il calore e la spensieratezza
della gente ci coinvolsero subito. Durante il periodo
d’apprendistato non c’era sera che non si ballasse tra i
cocci dei bicchieri di tequila. Non riuscivamo piu’ a
lavorare….e loro: «lavorare ?». Non so piu’ quanta gente
e quanti numeri di tefono collezionammo in quel mese, ma
ci sentimmo subito nell’anima del paese, niente a che
vedere se vogliamo fare un latino-paragone, con il
Costarica, e qui sono d’accordo con Aldo Casadei nella
sua bellissima descrizione sul Costarica in questo sito.
E le donne poi…..Finito il corso ci stabilimmo a Bogotà
: eravamo diventati responsabili di due locali diversi,
avevamo tra gelatieri,segretaria e venditrici un totale
di tredici dipendenti. Il guadagno non era male,
l’alloggio pagato, ma si lavorava sette su sette e
c’erano sempre problemi.
Fu un po’ difficile
all’inizio abituarsi a Bogotà. Il clima, 6 milioni
d’abitanti, i problemi di sicurezza che personalmente
non ho mai dovuto affrontare. Cali da questo punto di
vista era anche peggio, anche se rappresentava il vero
tropico : pura energia e voglia di vivere.
Pian piano ci abituammo
al lavoro e ai suoi ritmi, conoscevamo gente. Ricordo
Stefano di Roma, sposato con Angela, colombiana;
Margherita vera signora e vera amica. Insomma iniziavamo
a sentirci a casa nostra e soprattutto avevamo
finalmente un lavoro. Quando ogni mese mi recavo in
aereo a Cartagena per la riunione di tutti i
responsabili delle gelaterie avevo la sensazione di aver
trovato infine la strada e di non far piu’ parte degli
annunci di «Gulliver».
Il personale, era poco
pagato e questo spesso portava a problemi di mancanzei
in cassa. I licenziamenti erano continui e fui
minacciato di morte da fratelli o padri di licenziate,
ma nonostante tutto si andava avanti.
Fino a quando ricevetti
la proposta di rilevare un bar in una zona turistica in
Italia di un mio zio.Tentennammo. Dopo piu’ di un anno
eravamo stanchi, senza giorni di riposo, senza una sera
per poter cenare insieme. Allora pensammo di tornare in
patria definitivamente. In fondo di esperienze in giro
per il mondo se ne erano fatte, senza esserne costretti,
di nostra scelta.
Colombia sei un paese
che ho amato, ho apprezzato la tua gente, i tuoi taxisti
che a volte mi facevano lo sconto dicendomi «non siamo
tutti ladri noi colombiani», la tua cultura che guarda
con interesse l’europa e la sua arte, a differenza del
Costarica piu’ orientato verso Miami e i suoi shopping
centers .Ho pensato per la prima volta di poter
costruire qualche cosa di solido, ma il caso non ha
voluto. Prima di rientrare ci prendemmo una vacanza e
girammo il paese in lungo e in largo, da veri turisti.
Giugno ’97 : terzo
ritorno. Il bar si rivelo’ una bufala e nonostante le
precauzioni prima di lasciare il lavoro in Colombia, il
quadro fu completo solo vedendo con i nostri occhi.
Eravamo di nuovo punto e a capo, ma cio’ che mi faceva
piu’ rabbia era che la gente intorno a noi sembrava non
capire che avevamo lasciato la Colombia e un lavoro
sicuro, solo per la prospettiva di un altro lavoro
sicuro in Italia, non perché avevamo finito i soldi come
le altre volte: «siete tornati no !?»
Prima di rientrare
dalla Colombia un collega mi aveva accennato che un
agenzia di viaggi che io conoscevo a Cartagena cercava
un socio. Il solo pensiero di poter rientrare in
Colombia ci ridava un soffio di vita. Il nostro permesso
di soggiorno non era ancora scaduto…Insomma l’incubo di
restare in Italia nell’ennesima situazione precaria….Si
una chance, ancora una por favor! Contattai uno dei soci
che era in Italia, c’incontrammo parecchie volte e una
volta raggiunto l’accordo decidemmo di rientrare nella
nostra «querida Colombia». Erano passati solo tre mesi,
ma a noi sembravano tre anni : agosto’97. Il volo fece
scalo a Panama una notte. Quando prendemmo il solito bus
scassato, in quel preciso momento, quando guardai
l’autista con il sorriso e lo stecchino in bocca, il
figlio di 5 anni o giu’ di lì seduto sul cruscotto al
quale davo i soldi, ebbene in quel momento mi resi conto
che ero tornato a casa.
Gli ultimi accordi con
l’agenzia a Cartagena non ebbero buon fine, non si
dimostrarono seri, per non dire disonesti e dopo una
settimana dall’arrivo pieni d’illusioni improvvisamente
fummo costretti a rientrare : addio Colombia. Fu un
colpo durissimo per il nostro morale e le nostre
energie. Tornati a casa, ancora e di nuovo, considerammo
il capitolo «fuga» terminato : ci avevamo provato in
tutti i modi, i soldi erano finiti e solo mia moglie
voleva continuare a lottare. Ma come poter tornare a far
una vita normale come se niente fosse dopo tutte le
esperienze e le lotte di quegli anni, quando ti rendi
conto che la vita puo’ essere altro che un «quotidiano»
in provincia?
Eppure era la realtà.
Eravamo stanchi e demoralizzati. Riprovammo a contattare
le gelaterie in Colombia ma non c’era piu’ posto per noi.Trovai
un lavoro come camionista, chiaramente in nero : mi
alzavo alle 5 e tornavo alle nove di sera. Michela non
trovava lavoro. Dopo due mesi finii con il camion e
lavorai tramite una cooperativa in un supermercato
chiaramente temporaneo causa malattia, poi alla catena
di montaggio di una fabbrica di caffé. I ricordi e le
immagini di solo qualche mese prima bruciavano come non
mai….Poi tornai a guidare un camion sempre di caffé.
Michela attaccava fili in una fabbrica dove le urlavano
dietro dalla mattina alla sera e la chiamavano solo
quando avevano bisogno. Riuscivamo a malapena ad
arrivare a fine mese. Poi dopo due anni di questa vita
un nostro amico gelataio ci mostro’ un annuncio:
«Cercasi coppie o single per stagione in costa azzurra
,Francia». Io non avevo piu’ voglia di partire, ma anche
il nostro presente non aveva futuro quindi telefonai e
prendemmo appuntamento. Dopo due colloqui sul posto, il
mattino del 1 febbraio del ’99 con la nostra A1 post
tongana stracarica partimmo con una nuova destinazione:
Costa Azzurra, Francia. Lavorammo due anni vendendo
gelati e crepes : all’inizio il problema fu il francese
e i responsabili chiedevano da subito velocità
spigliatezza, ma vista l’enormità di turismo e che con
le altre lingue ce la cavevamo lo stipendio fu
assicurato. Sapevamo che era un lavoro non sicuro, nel
senso molto stagionale, molto duro e pagato poco, ma ci
permetteva di conoscere la zona in attesa di tempi
migliori.
Alla fine della seconda
stagione decidemmo che non ci sarebbe stata una terza.
Ci demmo tempo qualche mese per trovare un’alternativa e
poi saremmo rientrati definitivamente(!?). Trovammo un
negozio: un fornitore di magliette e il 15 febbraio 2001
aprimmo un negozio di t-shirts, e qui siamo attualmente.
Credo che abbiamo
trovato finalmente un equilibrio,un buon compromesso tra
i tropici e l’europa : la Costa Azzurra é una bellissima
regione se la si vuole scoprire al di là dei soliti
cliché. Sono stato molto breve nel raccontare i nostri
primi due anni qui. Fu vera lotta anche qui in Francia
sotto tutti i punti di vista, ma possiamo dire di aver
ottenuto della belle soddisfazioni. Lavoriamo tanto
d’estate e d’inverno viaggiamo, perché si :abbiamo
bisogno ogni tanto di tornare in quei posti.
Sovente la mattina mi
sveglio e mi rivedo nella pioggia del Costarica, al
timone della barca di Gianni scrutando dov’é la «passe»,
tra il corallo o nell’unico natale passato in Colombia
dove i vicini che non ci conoscevano c’invitarono a
festeggiarlo con loro perché non volevano che
rimanessimo da soli.
Questa é la nostra
storia ma la storia continua….
STEFANO E MICHELA
rongiosuper@hotmail.com