Atene a colori

taccuino di viaggio
di Roberto Bassi

L’aereo attracca lentamente, mi accingo a scendere dopo due ore di viaggio tranquillo. Si apre la porta ed un vento caldo mi abbraccia insistente. Non si stacca. Eolo mi dà il suo benvenuto sul suolo d’Attica. Questo abbraccio mi accompagnerà per tutto il soggiorno.

Rimango ad Atene una settimana alla ricerca di sensazioni permeate di archeologia, per respirare un altro modo di essere europeo con prospettiva da oriente. Il cielo è celeste carico e compatto, non c’è ombra di nuvole. Apollo regna incontrastato.

La modernità e l’efficienza essenziale dell’aeroporto mi accolgono con strutture e servizi di alto livello. I lavori effettuati per le Olimpiadi, le più belle che io ricordi, sono rimasti come monumento alla nuova Grecia e mi strappano sguardi di ammirazione.

Il treno viaggia veloce tra campi arsi dal sole e collinette di argilla gialla. Il suolo è coltivato e persino i cigli delle strade o della ferrovia sono ornati di cespuglietti verdi che hanno bisogno di cura ed acqua per sopravvivere.

Sintagma mi accoglie, all’uscita dalla metropolitana, luminosa e colma di gente vociante ed allegra; attraverso la spianata di marmo e mi dirigo verso l’albergo. Ho una vaga idea di dove si trovi. La piazza larga si stringe in rivoli, strade strette si allungano parallele, il vocio cala, rimane in sottofondo. Il sole del primo pomeriggio illumina il selciato. Mi vesto per il passeggio, esco nel caldo ed inizio i miei incontri.

Piccole chiese incastonate come pietre preziose nel tessuto urbano. Incuranti delle geometrie esterne e chiuse nel loro silenzio prendono ombra dai palazzi intorno, distaccate, silenziose. Giro intorno con il naso in su, mi fermo sui coppi della cupola che vedo semplicemente alzandomi sulle punte, il mosaico, nel fornice del portale, brilla tutto il suo oro sul volto della madonna, ieratico e severo. Un colombo si affaccia dal ciglio delle tegole, tuba e vola via nel silenzio della piazzetta.

Non ho ancora una meta fissa nella testa, come al solito cerco di dirigermi dove la città vuole che mi avvii. Mi lascio prendere per mano da un colore, un odore, dalla vista di bancarelle o richiamato da suoni. Il caldo mi spinge in avanti alla ricerca di un posto dove bere acqua, attraverso tutto il quartiere della Plaka, con case dallo stile semplice, tetti ornati da palmette di terracotta e terrazzini circondati da inferriate neoclassiche in ferro battuto.

L’acropoli appare e scompare sulla mia sinistra non sono sicuro di volerla visitare in questo pomeriggio caldo e assolato. Eppure comincio a girarci intorno, i suoi contorni si fanno sempre più nitidi. La sua imponente maestà si staglia dorata sul fondo azzurro, i marmi biancheggiano e abbagliano la vista. Mi avvicino. Il quartiere è appoggiato mollemente ai suoi piedi, percorsi obbligati ti accompagnano, ristoranti, caffetterie, negozi e bazar ti scortano. Senza però distogliere troppo l’attenzione dall’oggetto principale. Mi inerpico su una strada che sale, seguendo alcune indicazioni.

All’entrata decido di salire, il percorso è polveroso comincio a curiosare nelle cavità della rupe, che si offre come riferimento da millenni sulla spianata della città che piano piano si allontana. I contorni delle case, per effetto della luce, perdono consistenza ed il giallo ed il blu dominano la vista. La rupe sembra animale scarnificato, qualche raro arbusto la ricopre, gigante dormiente che porta sulle spalle millenni di storia.

Il caldo è avvolgente, la salita diventa ripida, le scarpe sono bianche di polvere, la fronte sudata si china, mentre guadagno un passaggio con ampi gradoni ripidi. Immagino quanti piedi hanno calcato quel selciato e quante fronti si sono abbassate prima di accedere allo spazio sacro; giunto in cima sono accaldato e stanco ma entusiasta di tributare un silenzioso omaggio alla Dea guerriera e sapiente.

La spianata della rupe si allarga dai propilei e mostra uno spettacolo straordinario. La potenza della pietra incute rispetto, la sacralità del posto è resa ancora più evidente dall’assenza di ogni elemento estraneo, solo le impalcature dei restauri contaminano di presente quella sensazione di antico. Intorno solo cielo e pietra. Inizio a girare tra i templi, le pietre, le colonne, i frontoni, alzo lo sguardo su metopi e tracce di fregi.

Il caldo avvolge lo spazio sacro e lo rende evanescente alla vista. Il biancore del marmo si staglia netto contro il cielo azzurro carico ed il verde di rari alberi. Un ulivo ricorda il mito della dedicazione della città alla dea, mentre le Cariatidi accennano un passo, quasi fotografando una processione che dura da millenni. Lo spettacolo che si para di fronte è solo un frammento della bellezza dell’opera intera al tempo del massimo splendore, tuttavia lo stupore delle forme ancora colpisce, immaginando quante vite siano trascorse in quello spazio tuttora senza tempo.

L’ora della chiusura incombe e guadagno l’uscita dai propilei, il sole inizia a calare e colora i marmi di arancio. La città è adagiata intorno, uniforme e indistinta. Scendendo lentamente i gradini vedo un piccolo spiazzo sterrato con grandi ulivi. L’accesso è interdetto da un cordone oltre il quale, all’ombra dei rami, sono appoggiati alcuni reperti ed al centro, attaccato alla parete di roccia, un vascone di marmo.

Mi colpisce il fregio che corre intorno alla cornice esterna di festoni e colombe. Entro allora nel piccolo recinto scavalcando la corda di recinzione ed i rumori diventano più distanti. Inizio a fare delle foto ai fregi del vascone e alle colombe scolpite. Alzo lo sguardo e mi accorgo che una colomba si trova appena sopra la vasca, sulla roccia, tra gli arbusti di essenze. Si mette in posa come di fronte allo scultore che ha immortalato la sequenza nella pietra. Rimane immobile come incarnazione e simbolo tangibile di un’antica reminiscenza. È facile in questo posto perdere il senso del tempo: colombe reali e scolpite convivono, ho forse trovato il genius loci in questo luogo sospeso e irreale?

La discesa è morbida, lo sguardo tende ad andare in alto e denso è il dispiacere di lasciare la magia del luogo. La strada sterrata e polverosa è immersa nel verde degli ulivi e delle essenze che crescono regolari e curate. Le foto che ho scattato rimandano il riverbero, senza tempo, di luce ed ombre che scolpiscono colori. Gli odori intensi delle essenze riempiono le nari mentre nuvole di polvere spinte dal vento si sollevano e colorano d’oro l’aria circostante.
 
Ai piedi della rocca trovo l’area dove è ora ospitato il nuovo museo dell’acropoli, non è aperto al pubblico e mi limito a sbirciare dalle inferriate immaginando l’interno e la bellezza delle pietre antiche che vi sono ospitate. Giro intorno all’edificio indovinandone la forma. Il quartiere intorno ha un non so che di irresistibile, possiede il fascino delle vecchie case con affaccio sul passato. Il nuovo edificio risplende di vetro, marmo e cemento, si staglia imponente sul quartiere circostante di case neoclassiche.

Una, in particolare, mi colpisce per la bellezza di alcune decorazioni in mosaico, balaustre liberty e moderne cariatidi scolpite ai lati del portone di ingresso. È un’abitazione privata molto bella e molto esclusiva, appartiene a discendenti di un artista di spicco della cultura greca attivo all’inizio del secolo breve, simbolo di una grande rinascita culturale moderna.

C’è un dibattito in corso, è forse destinata ad essere distrutta perché impedisce la vista dell’acropoli da alcune aree del nuovo museo. Trovo la cosa molto triste e decadente. In nome del nuovo, troppo del vecchio deve essere sacrificato, facendo perdere parte della personalità che alcune città acquisiscono solo col passare del tempo. Questa essenza è frutto e reminiscenza delle generazioni che si sono succedute nello stesso spazio, per un tempo infinito e rimane legata a doppio filo ai luoghi stessi, dando loro una conformazione unica, magari contaminata e mistilinea ma irripetibile.

Intanto l’immagine del Partenone si riflette immobile e silenziosa sulla parte più alta del nuovo edificio, incurante di ciò che la circonda. Il sole al tramonto colora i marmi di arancio e rosso. Lampi di luce si riflettono sui vetri. La nostra modernità, spesso inconsapevole delle storie che i luoghi raccontano, è miseramente condannata dagli dèi a fare da specchio al passato.

Con l’ultima luce del giorno mi dirigo verso l’arco di Adriano ed il complesso del tempio di Giove Olimpico. Il sole scompare dietro l’acropoli. Nella luce del crepuscolo inquadro la rocca, l’arco romano e la croce di una chiesa bizantina nel ristretto spazio di una foto.   

Un viaggio è fatto anche di inconvenienti, di sicuro poco gradevoli ma che, alla fine, portano l’esperienza di un momento e, a volte, fanno conoscere meglio alcuni aspetti del paese che ti ospita. L’indomani dell’arrivo scivolo sull’ultimo gradino della scala dell’albergo e riporto la distorsione del piede sinistro. Riprendo inconsapevole il mio giro turistico visito la biblioteca di Adriano e l’agorà romana, fotografo pietre e colonne, marmi e selciati, cammino come se nulla fosse avvenuto e poi, appena mi fermo per mangiare un boccone nella solita taverna, il piede si fa sentire. Le farmacie di sabato sono tutte chiuse nella Plaka, quel fine settimana e non mi rimane che rivolgermi presso un ospedale.

Il taxi mi lascia all’entrata e cerco di orizzontarmi. Con l’esperienza degli ospedali, che conosco, mi prende male il pensiero di cosa mi può aspettare ed invece ho una sorpresa. Il personale della sicurezza mi dà una mano a registrarmi, mi danno delle indicazioni sbracciando qua e là, mi indicano la strada. Mi sento come uno che non sa leggere, tutto è scritto in caratteri greci, però gli infermieri mi chiamano per nome. Trovo un tipo che parla italiano molto bene e mi racconta dei suoi guai e l’ortopedico che parla un ottimo inglese, controlla la radiografia e mi fascia la caviglia, mi da consigli e prescrive medicine, rassicura sul danno al piede, suggerisce di continuare il viaggio senza problemi.

Esco in meno di un’ora: impensabile prima di entrare. Il tassista che mi raccoglie all’angolo dell’ospedale si preoccupa per la vistosa fasciatura e mi accompagna in giro per diversi quartieri cercando la farmacia aperta di turno. Mi lascia all’angolo del Mitropoleos, vicino all’albergo, in tempo per assistere ad una parte di funzione in rito ortodosso. Faccio scivolare alcune monete nella cassetta ed accendo tre candele per tre pensieri. L’incenso ed il salmodiare delle formule in greco mi fanno perdere il senso del tempo appena trascorso.

Nei giorni successivi il gestore della taverna, che ho scelto come posto di ristoro per il pranzo e la cena, mi farà trovare un pezzo di ghiaccio per il mio piede. Con lui non ho scambiato una sola parola, parla solo greco, eppure la comunicazione non è mai mancata: sceglieva e suggeriva per me le pietanze migliori bofonchiando nella sua lingua. La taverna era frequentata da personaggi d’altri tempi. Un signore con la barba bianca nel suo ottimo inglese mi aveva introdotto ai cibi e suggeriva il menu e la sera davanti alla televisione si ritrovavano delle signore che parlavano dei propri affari gridandosi da un tavolo all’altro. Mi divertivo solo a guardarle e non mi sono mai sentito solo seduto al mio tavolo e che gusto quelle polpettine al cumino!

Lo stesso colore lo si ritrova sbirciando nel mercato comunale. All’esterno negozi aperti sulla strada annunciano le loro merci con colorati richiami, un paio di questi mi colpiscono per gli oggetti che affollano la loro mostra: sugli stipiti sono incollati bandiere e fotografie, ritagli di giornali, copie di dipinti epici e vecchi tagli di cartamoneta; su una mensola sono appoggiati alla rinfusa piccoli busti di eroi risorgimentali, dèi e filosofi, oggetti di vario uso ormai acquistabili da robivecchi e svuota cantine: una clessidra, vecchi macinacaffè, bamboline di ceramica e vasetti di vetro soffiato. Il tutto mescolato come in un colorato collage.

Sentori speziati e frutta secca esposta sui banchi mi ricordano un po’ i nostri mercati comunali degli anni sessanta; le sottili candele di cera per il culto emanano profumi d’oriente.

Getto uno sguardo al mercato del pesce, è quasi in chiusura ed è il momento delle pulizie, odori forti sprigionano da quelle arcate che fanno da cassa armonica al vociare intenso dei lavoratori.       

La parte archeologica della città antica prende sempre più forma, scopre un paesaggio fantastico di reperti ed aree ricche di verde. L’agorà antica ti accoglie con i Giganti che fiancheggiano il viale di entrata, il tempio di Efesto con le sue strutture intatte toglie il respiro. Grandi ulivi ed alberi di ogni tipo ombreggiano la visita, odori di essenze selvatiche riempiono l’aria di profumi estivi. Gli scavi hanno riportato alla luce una parte di città dimenticata sotto quartieri ottomani ed oggi è possibile camminare sullo stesso selciato calpestato da San Paolo nelle sue predicazioni.

Piccoli musei al chiuso e all’aperto riparano capolavori, materiali in ceramica e terracotta, urne cinerarie, vasi di ogni fattura, la statuaria classica mescola forme e linee perfette, statuine in terracotta di fattura arcaica, messe a corredo delle sepolture, recitano il loro pianto di dolore tenendo le mani sulla testa in segno di lutto, incedendo rigide in una processione senza tempo. La Via Sacra ricorda a secoli di distanza gli eroi e le loro imprese, accogliendone le sepolture.

I passi mi portano al Museo Archeologico ricco di memorie e capolavori immensi. Tanto è il materiale conservato che è impossibile parlarne, tanta è la bellezza che non si trovano le parole per descriverla. La statuaria in bronzo colpisce per la bellezza classica, Giove, Paride, l’efebo, il bambino sul cavallo lanciato in corsa, un bronzo romano con un Augusto in atteggiamento ieratico di saluto, fino alla meraviglia della Signora di Kalymnos, in esposizione temporanea.

Sola, in una sala semibuia, nel silenzio del tempo infinito, si ammanta di un tessuto pesante e ricco, le frange si aggrovigliano ancora trapuntate di sedimenti di ossido rossi, verdi e grigi, concrezioni di mare e sabbia hanno lasciato la loro impronta come ricami del tempo.

Il tessuto del manto la avvolge stretta lasciando intravedere la potenza del fisico massiccio, fermo ed elegante, le pieghe del chitone scendono morbide sotto il pesante manto, marcandone nettamente la differente consistenza, si muovono leggere come sollevate dall’aria creata da un piccolo movimento in avanti e cadono rigonfie ed ondeggianti sulla base e sul piede calzato.

Le braccia e le spalle sono strette nel manto, le mani sono quasi libere, la sinistra saluta ieratica mentre la destra, avvolta da un lembo, sembra trattenere le volute del manto perché non scivoli. La testa è velata come in preghiera di fronte ad uno degli dèi dell’Olimpo. Impossibile fare foto, piano guadagno l’uscita per non disturbare la preghiera di questa Signora risvegliata dal silenzio degli abissi e del passato.

Atene è ricca di musei, la sua storia ha stratificato sedimenti che è impossibile non considerare volendone respirare appieno la sua identità moderna, ho quindi deciso di iniziare un giro delle esposizioni che più mi diranno di questa città, della sua cultura, del suo retaggio storico, della sua essenza, delle sue radici, della sua gente.

Dopo l’archeologico visito il museo numismatico, interessante per la mostra permanente che racconta la storia della monetazione antica e bizantina. Quello che, invece, colpisce di più la mia immaginazione è il suo contenitore. Un palazzetto appartenuto ad Heinrich Schliemann l’archeologo che scoprì Troia e che decise di vivere la sua vita in questa città, proprio in questo palazzo pieno di suggestioni accademiche e ricordi delle sue scoperte.

L’ambiente è rigorosamente neoclassico, ricco di pitture, mosaici, marmi, pesanti porte intagliate, tutto parla del suo proprietario e della sua infinita passione. Una sala ha in mostra tracce della sua bibliografia ed una piccola raccolta di monete appartenute allo stesso Schliemann. Più che il valore intrinseco, mi appassiona il fatto che queste monete, ritrovare sui siti archeologici, sono entrate a far parte della sua collezione personale, oggetto dei suoi studi e supposizioni, e che rimarranno come monumento alla sua personale passione, oltre il limite dello spazio temporale della sua vita.

Di nuovo il museo dell’acropoli mi si mostra davanti imponente, simbolo dell’Atene moderna che vuol far rivivere il suo spirito arcaico in una forma tutta nuova dove l’immagine del Partenone si riflette e ne ricalca le forme, nello stesso tempo contenitore e contenuto dell’acropoli stessa.
 
Le opere sono di qualità sorprendente, l’iconografia classica si mescola alla modernità delle linee e rimanda agli studi scolastici quando si apprendeva dell’Atene madre di ogni filosofia, cultura e democrazia.

Il percorso espositivo racconta l’ascesa verso il Partenone e raccoglie il frutto di secoli di scavi e razzie. Racconta di un percorso lungo secoli alle pendici della rocca, di riti, di giochi, di personaggi, di dediche, di reliquie e offerte; racconta di persone che hanno vissuto questo luogo come sacro, racconta dell’amore e dell’omaggio che generazioni di ateniesi hanno tributato alla dea guerriera, impregnando ogni singolo pezzo di una traccia persistente di sacralità, la respiri forte girando senza meta fra le statue esposte in processione silenziosa, come testimonianza di offerta, la respiri forte anche se il luogo non è più lo stesso: le statue e le rappresentazioni in marmo trascendono dalla novità del contenitore e trasudano palpabilmente gli scopi sacri di dedica ed offerta a cui erano destinate.

Il percorso iniziato è fortemente significativo, riserva sorprese e solletica la mia curiosità, cerco di ripercorrere il tempo dal passato più lontano a quello presente come attraverso capitoli di un libro di storia; un passaggio attraverso la conoscenza di un popolo nel quale posso conoscere o riconoscere da dove provengo, per conoscermi e riconoscermi allo stesso tempo.  

Giungo al museo Benaki. Attraverso le sue innumerevoli sale e la magia delle rappresentazioni mi immergo in un viaggio nel tempo. Dalle civiltà greco arcaiche più lontane ai giorni nostri il percorso si snoda complesso, sollecitando la mente e gli occhi, per comprenderne l’evoluzione. Gli oggetti non sono solo belli, sono il frutto del pensiero e del sentire umano, raccontano di storia e storie, infiniti passaggi dell’umano e del trascendente.

Inutile raccontarne il senso, va solo provato da dentro. L’esposizione si chiude con un passo di storia recente che ricorda molto l’epopea italiana del risorgimento. Il senso del percorso proposto è proprio quello: il riscatto di un popolo alla ricerca della riconquistata identità che lo rende unico così come unico è l’aspetto culturale che esprime.  

Completamente separato, ma idealmente richiamato a completare questo percorso storico, visito un altro bel museo, della stessa fondazione Benaki, interamente dedicato all’islamismo. La ricchezza delle immagini e quanto è da loro raccontato è assolutamente coinvolgente. Immergersi nella raffinata evoluzione di un’arte ricca di forme e colori assoluti ed unici lascia senza parole. Propone un’analisi profonda della cultura, del pensiero e dell’arte islamici che l’ossessione occidentale tende, in qualche maniera, a nascondere.

Ed ecco scorrere davanti agli occhi maioliche lucide di colori, iscrizioni e versetti coranici, marmi finemente intagliati come merletti, tappeti e strumenti astronomici, trattati algebrici e stoviglie di uso comune e non. La rappresentazione di popoli diversi che hanno un comune denominatore religioso e che hanno influenzato la vita dell’area medio orientale e nord africana lasciando sedimenti culturali importanti anche nella nostra Europa. L’analisi di ciò che è stato non ci permette di comprendere appieno la rappresentazione mediatica del presente e merita di essere approfondita nelle sue espressioni e nei suoi racconti.

Affiancando il mondo islamico nel viaggio tra popoli e culture diverse, che trasversalmente hanno lasciato la loro traccia in Grecia come in tutta Europa, visito il museo Ebraico. Il palazzetto si trova nella Plaka, vicino al mio albergo, lo raggiungo una mattina con il cielo stranamente nuvoloso. La bellezza di questo posto è soprattutto legata ad un racconto che si snoda attraverso oggetti di uso comune. Il riflesso che ne deriva è la consistenza culturale di un mondo che non esiste più. Vita quotidiana fatta di usi e costumi, collegati ad un percorso religioso e culturale differente, ma che trae origine e si nutre di radici comuni al resto della società in cui si innesta. La sacralità del sentire religioso attraversa tutto il percorso sin qui fatto, sia esso legato agli dèi dell’Olimpo, sia esso frutto delle diverse culture legate alle religioni monoteiste.

Nel percorso museale molto è dedicato al senso di disperazione delle persecuzioni, in questo viaggio nella storia non ci si poteva non soffermare su questa macchia indelebile della malvagità dell’uomo. La bellezza degli oggetti esposti lascia un senso di vuoto quando, nelle ultime sale, si ripercorre la storia delle comunità israelitiche che hanno nei secoli abitato questa nazione.

Apprendo di alcune comunità di lingua italiana qui trapiantate e che hanno mantenuto intatte lingua e tradizioni. Ora non esistono che poche immagini di queste vite, di questa Europa, suo malgrado, molto più multiculturale ed integrata di quella che si ostina a dichiararsi oggi. Non posso non notare quanto questo percorso mi stia scavando dentro, ponendo domande sempre più urgenti di risposte.

Percorro la strada nel sole, il traffico del primo pomeriggio è lento e le strade semideserte, decido di penetrare un altro racconto. Me lo offre il museo cristiano bizantino. Un percorso di pietre, mosaici, pitture provenenti da chiese ormai distrutte, oggetti di uso religioso e comune che raccontano la vita dei cristiani dall’albore allo scisma, durante le crociate e fino all’invasione ottomana, ricalcando lo splendore e le ombre dell’impero romano d’oriente.

Un intero settore è dedicato alle icone. L’iconografia religiosa ortodossa è estremamente coinvolgente, le figure sono immobili ma l’espressione degli occhi ti insegue, le maternità esprimono dolcezza incredibile, i contorni sono morbidi ed i colori lucenti. Mi soffermo su alcuni particolari, gli ovali delle madonne, la compostezza delle mani, gli incroci di sguardi tra madre e figlio, le piccole mani che toccano il volto o si affidano appoggiandosi entrambe su quella più grande in gesto di protezione: sono pervase di bellezza quasi quotidiana ma tessute in composizioni dalla luminosa e trascendente religiosità.

Il viaggio mi riserva una sorpresa che non avevo considerato. Una sala sotterranea di questo museo accoglie una ricca  collezione di icone salvate da gente in fuga durante l’incendio di Smirne. Mi racconta di una storia che non conoscevo: la catastrofe mediorientale che ha visto contrapposti Greci e Turchi. Al di là della parte puramente storica, mi ha colpito la caparbietà delle persone che a rischio della propria vita ha trafugato, nascosto, contrabbandato e salvato da distruzione queste icone, mostrando il coraggio di salvaguardare, attraverso queste immagini, le loro radici e la loro integrità culturale.

Alla fine di questo percorso ho due grandi blocchi di figure che mi ruotano dentro: le splendide icone che raccontano della storia religiosa ortodossa con le sfumature della dolcezza degli sguardi e le reliquie ebraiche, da una parte e, dall’altra, la demenza umana che, di volta in volta, si colora di differenti fondamentalismi ideologici e che, tragicamente, impedisce all’integrità e all’intelligenza di prevalere.

In cerca di colore e suoni mi immergo più di una volta nel mercato delle pulci: tutte le volte ne esco con sensazioni diverse dentro.

I personaggi più diversi lo affollano in ogni angolo, un po’ come la mia Porta Portese dove si catalizza una volta alla settimana la fauna più varia, così per le strade di Monastiraki, durante il fine settimana, si aggrega la gente più strana. Si vende di tutto, ma quello che più colpisce è il colore.

Il colore delle insegne, delle serrande dipinte, dei muri sbrecciati, dei negozi di vestiario militare, delle piccole gioiellerie con le vetrine colme di pietre e ambre preziose, dei seminterrati pieni di libri, dei magazzini stipati di poltrone sghembe e sedie rotte buttate dentro alla rinfusa in attesa di essere impagliate.

Il colore dei murales di graffitari acrobati e degli enormi poster pubblicitari che richiamano attenzione.

Il colore degli oggetti lasciati in attesa, come quel paio di scarpe col tacco, ritrovate in un angolo, su di un marciapiede, abbandonate come residuo di una vita in fuga.

Il colore di una valigia piena di lacci, solo lacci, di tutti i colori e le lunghezze possibili, mi chiedo chi mai abbia voglia di cercarne due uguali, tanto è il disordine che regna in quella valigia di cartone, eppure il venditore mantiene il suo angolo di mercato ed accenna un sorriso di pochi denti.

Il colore del lustrascarpe improvvisato che con pochi strumenti di lavoro esposti su una scatola di legno pubblicizza il suo operato con la scritta ‘ΓΥΑΛΙΣΜΑ SUPER’ LUCIDATURA SUPER. Di super immagino la necessità di mettere insieme un pranzo con dignità.  

Il colore delle statuette kitsch, dei lampadari, dei lumi, dei piatti, delle pentole di rame, degli strumenti musicali, dei candelieri, dei ninnoli in plastica, delle copertine di LP e quelle dei 45 giri, degli oggetti di uso più o meno comune poggiati in terra, in bella vista, in attesa di essere adottati.

il colore folkloristico di un musicante di strada che cerca di strappare un po’ di attenzione e qualche centesimo con un organetto a rullo e manovella montato su un carretto di metallo con ruote di bicicletta. Attaccato sopra lo strumento, circondato da una collana di grossi fiori finti e bardature in tessuto damascato guarnito di frangia dorata, sta un ritratto di diva degli anni del muto, quale icona sperduta di un tempo lontano.

Entro ed esco dal mercato scopro viuzze separate dalla bolgia, mi arrampico verso il punto focale della città, l’acropoli. Basta poco per uscire dal frastuono, piccole chiesette ortodosse escono dal silenzio, piccole tanto da contenere poche persone, ma ricche di icone, affreschi e mosaici.

Il segno della smisurata devozione si percepisce in questi luoghi senza tempo che si pongono davanti al tuo cammino come silenziosa presenza, ti invitano a visitarle e, quando le trovi chiuse, te ne dispiace così tanto da ritornare negli orari consentiti.

Il buio interno rinfresca, la luce che penetra dalle piccole finestre illumina episodi di letteratura sacra, icone ieratiche, coperte da vetri, attendono il bacio devozionale, la fiammella di tante piccole candele sottili sprigiona luce fioca e spande di profumo di cera il piccolo ambiente.

Le persone arrivano alla spicciolata, si fermano davanti alle icone, le baciano, si inchinano a toccare con la destra il pavimento e poi si segnano alla maniera ortodossa, più volte ho notato, si inginocchiano davanti all’icona del santo prescelto e recitano preghiere. Il tintinnio di pochi spiccioli inseriti nella fessura è l’unico rumore intorno, servono da offerta per le candele.

Rimango in ascolto dei pochi suoni e brusii, rimango in attesa di sentire il profumo della cera che mi arriva quando qualcuno mi passa accanto, in attesa di sentire uno scricchiolio di scarpe sul pavimento di mattoni sconnesso, in attesa di sentirmi dentro, in questo luogo permeato di sacro.

Uscendo mi sorprende una pioggia d’agosto. Veloce e scrosciante come solo le piogge d’agosto sanno fare. Bagna ogni cosa. La pavimentazione della strada in salita, lastricata di marmo, si illumina e riflette il cielo grigio, la gente scappa e lascia il campo ad una serie di gatti che gironzolano miagolanti. Salgo le scalette di una via laterale e mi trovo sotto l’acropoli. Un giardino mi affida un po’ di riposo dal trambusto della strada piena di negozi di souvenir. Alberi di ulivo ben curati sembrano disinteressarsi della pioggia che ora completa lo scroscio prima di acquetarsi.

Grandi alberi di ulivo, potati a dovere e curati in attesa della raccolta, mostrano l’aspetto segreto di un città di campagna che non mi attendevo, della campagna coltivata che un tempo, immagino, circondava le pendici dell’acropoli.

Questo piccolo angolo non ha nulla di cittadino a parte due case che si appoggiano ai limiti, una è bella, neoclassica e restaurata con muri bianchi profilati di grigio, persiane nuove di grigio chiaro, un piccolo giardino con due alberelli di frutta, tante essenze mediterranee coltivate in terra, qualche vaso di fiori e tanto ordine. La casa ha una gemella siamese ma diroccata: mura sbrecciate e senza intonaco, marroni da tracce di incendio, il giardino pieno di erbacce incolte con gli scuri di legno grezzo su cui qualcuno ha disegnato dei personaggi da fumetto buffi e coloratissimi che stonano col lo squasso che regna intorno. Fotografo le due case, facce della stessa medaglia e simbolo di questa Atene che non avrei mai trovata sulle guide.   

Il tramonto si accende di luci rossastre dopo la pioggia estiva, l’acropoli è illuminata a giorno di luce speciale. Inizio un giro molto turistico ma sicuramente affascinante, cercando di osservare dal basso quello spettacolo che avevo visitato la volta precedente, immaginando l’ascesa al luogo sacro. Vista da sotto l’acropoli si mostra leggera nella luce artificiale, come sospesa in un cielo plumbeo e senza tempo. La rocca rimane un poco nell’ombra e conferisce ai marmi una levità incredibile, non faccio fatica ad immaginare che, in un batter d’occhio, il blocco di luce possa prendere il volo, sollevandosi.

Anche senza la luce artificiale immagino che, alla sola fioca luce della luna, questo luogo assumesse sembianze così luminose da dare la stessa sensazione agli antichi inducendoli a tributargli un senso di magica protezione.

La prospettiva cambia mano a mano che il percorso si compie, questa passeggiata archeologica è un momento di vita intenso. Personaggi da palcoscenico teatrale recitano il loro pezzo con simpatica noncuranza, giocolieri, clown e saltimbanchi offrono il loro spettacolo. Un suonatore di violino riempie l’aria di malinconiche melodie, aspettando che qualcuno lasci la sua monetina nella custodia dello strumento aperta. Mi fermo ad ascoltare, l’aria notturna si scalda di note.

Scendo verso il piede dell’acropoli, ritornando verso l’albergo, con la testa ancora piena di musica, le scale mi portano in basso e mi fermo in una piccola piazzetta occupata dall’antichissima chiesa di Agios Nikolaos. La pietra bianca assume un colore giallastro alla luce artificiale, l’architettura è quella del vicino oriente latino con le sue bifore e monofore ornate da mattoni, pietre antiche,  usate come materiale da costruzione, sono messe in luce da sapienti restauri.

La fisionomia ieratica del Santo saluta il visitatore accanto al portale, posto asimmetricamente alla facciata, ed invita a lasciare un piccolo obolo in una tasca di marmo. Getto un occhio lateralmente alla chiesa e scopro un piccolo cancello in ferro battuto che affaccia su un’entrata laterale. Una colonna di marmo bianco, residuo di chissà quale monumento pagano, resiste in un angolo della cancellata, solitaria. Stradine, fuori dal percorso turistico, si inerpicano qua e là ed invitano all’ascesa mostrando prospettive e pezzi di acropoli illuminata, a tratti seminascosti da rami di palma che strabordano dai muri di cinta di giardini segreti.

Alla ricerca delle tracce della dominazione turca, mi spingo nella zona che confina con l’agorà romana. Appaiono qua e là tracce di marmo con incisi versetti in arabo, molto poche in realtà. Ritrovo una moschea rimasta intatta nel recinto dell’agorà stessa; un edificio seicentesco con la facciata vagamente ondeggiante, ultimo esempio di bagno turco e un edificio che non trovo descritto ma che riporta inequivocabili tracce di islam incise su pietra, rudere decadente, sopravvissuto ad una epoca quasi totalmente rimossa.

Ne fotografo i gradini di accesso, pezzi squadrati e pesanti di marmo bianco quasi divelti dalla forza delle radici di un albero posto al loro fianco. Rappresentano ai miei occhi la metafora di due culture che si fronteggiano con forza, che non riescono a sovrastarsi ma costrette all’equilibrio. Nonostante il degrado dell’edificio il portone è nuovo di restauro. Immagino che il recupero cancellerà la metafora ed integrerà l’edificio nel percorso turistico. Sono contento di averlo visto così e della storia che mi ha raccontato.

Sintagma riappare, oltrepassate le strette viuzze selciate e si apre ad uno sguardo ampio. A tutte le ore del giorno la gente affolla ovunque. Di notte diventa teatro di ritrovo. Gli ampi sedili di marmo accolgono la stanchezza della giornata di cammino ed un gelato rinfresca l’affollarsi di immagini e colori accumulati.
In quel momento la città si mostra giovane, attiva e moderna. Al cadenzare dei passi degli euzoni, di guardia al palazzo presidenziale, si mescola il vocio della folla di passaggio ed il rullare frenetico di skateboard. Le salite e discese, gli scalini e sedili sono il meglio che si possa trovare per questo sport. La città diventa luogo e contemporaneamente strumento di svago e riposo. Al rientro in albergo solo rumore di passi.

Mentre preparo il bagaglio per rientrare ripenso alle molte cose viste, alle storie che ho ascoltato ed interpretato: immagini ricolme di luce, suoni e colori si affollano alla mente. Statue in marmo in processione ieratica e senza tempo, quale tributo alla Dea guerriera; statuette in terracotta di donne con le mani sul capo poste a perpetuo cordoglio; la Via Sacra con le tombe degli eroi; i marmi del pavimento dell’acropoli e l’impronta dei piedi che li hanno consumati; la spianata dell’agorà antica sulla quale predicava San Paolo; i volti e le barbe dei sacerdoti ortodossi incontrati per strada; il velo stretto al viso delle suorine che attraversano velocemente la piazza del Mitropoleos; la faccia di un barbone che dorme su una panchina a Sintagma; il miagolio dei tanti gatti incontrati nella pace dei giardini delle piccole chiese ortodosse; le tante icone e le tante storie appese a quelle immagini sacre; l’epopea risorgimentale e le tracce seminascoste di una dominazione lunga e difficile; gli sguardi dei sopravvissuti all’incendio di Smirne e le loro icone; il colore dei marmi dell’acropoli, della torre dei venti, delle facciate dipinte sgargianti, dei murales che si affacciano sulle strade, dei venditori di monete, dei libri sugli scaffali; il colore dei mosaici, degli affreschi e delle vetrate.
Chiudo il bagaglio, sembra che tutto questo faccia fatica ad entrare.

Mi allontano verso l’autobus per l’aeroporto senza girarmi. Mentalmente ringrazio questa città che mi ha mostrato, per pochi giorni, la sua essenza e la sua gente. Mentre compro una bottiglia d’acqua al solito peripteros d’angolo, solo un gatto mi saluta facendo le fusa, e miagolando si acciambella all’ombra. L’autobus chiude le porte ed ondeggiando prende la strada. Guardo dal finestrino i colori che il sole accende. Inquadro un dettaglio che colpisce la mia curiosità, ma questo è l’inizio di un’altra storia.