Un sogno chiamato Polinesia
I sogni a volte si mescolano con la realtà al tal punto da non riuscire a distinguerli.
E’ una bella sensazione quella che abbiamo provato stringendo nelle
mani i biglietti aerei, la prima cosa tangibile di quel sogno chiamato
Polinesia. Nei giorni che hanno preceduto la nostra partenza ci siamo
sentiti come risucchiati da un vortice di emozioni sempre più forti,
tanto era alta l’adrenalina. Tanti i pensieri che affollavano la nostra
testa, il più ricorrente se la destinazione scelta fosse stata
all’altezza delle nostre aspettative.
Perché scegliere Tonga?
Abbiamo pensato che fosse l’unica isola del Pacifico a conservare una
natura selvaggia e a non essersi arresa al progresso consumistico che
livella qualsiasi civiltà. La nostra immaginazione ci portava lontano
come ormai stava facendo l’aereo sul quale viaggiavamo da circa
venticinque ore. Con non poco stupore ci siamo trovati di là dal mondo,
non più stanchi di quando si passa il sabato pomeriggio in un centro
commerciale a fare la spesa.
Il piccolo aeroporto di Tongatapu ci è sembrato subito familiare, il
calore dei tongani ha subito cancellato la stanchezza dai nostri volti,
fa sempre piacere ricevere un sorriso, soprattutto dopo un lungo
viaggio. Dal taxi non riuscivamo a vedere niente poiché alle cinque e
trenta del mattino il buio avvolge ancora ogni cosa, per cui l’attesa
di capire dove fossimo doveva prolungarsi fino al sorgere del sole. Il
lungomare di Nuku’alofa è stata la prima visione, il porto affollato da
enormi barconi per la pesca di tonni, mahi mahi e blue marlin, e un
piccolo mercato dove si acquista il pesce fresco. E fin qui niente di
strano, buttando l’occhio all’orizzonte siamo rimasti immobili per
qualche minuto provando delle sensazioni uniche per ciò che avevamo di
fronte: gli isolotti visti sulle cartoline esistevano davvero, erano lì
a poche centinaia di metri, talmente vicini da distinguere le palme
altissime sopra una fitta vegetazione. Questo non sarebbe stato altro
che il preludio di ciò che avremmo potuto finora solo immaginare.
Questo angolo della terra non poteva che essere bagnato dall’oceano
“Pacifico” visto che la vita scorre lenta e non esiste la frenesia di
fare cento cose tutte insieme, a Tonga è normale fare una cosa per
volta e con tutta la calma che occorre, ciò che non si può fare oggi si
farà domani…forse. E durante la nostra permanenza questo motto
l’abbiamo fatto nostro, ammettendo che le corse cui siamo abituati non
fanno certo bene alla salute, infatti i tongani non conoscono l’ansia e
lo stress, riescono a godere delle cose più semplici e a superare i
problemi con il buon umore, per noi si è rivelata una preziosa lezione
di vita che metteremo in pratica anche una volta tornati a casa.
Tongatapu, la cui etimologia significa “sacro sud”, ci ha mostrato, con
il passare dei giorni, tutte le sue bellezze, i paesaggi mozzafiato
delle sue coste, quella sabbiosa a nord, lambita dolcemente
dall’oceano, e quella rocciosa a sud dove s’infrangono onde altissime
che danno vita ad uno spettacolo unico nel suo genere, i blow holes,
fessure nella roccia dove le onde s’infilano provocando un effetto tipo
geyser e producendo un rumore simile a quello dello sfiato di un treno
a vapore, da qui “buchi soffianti”.
Attraversando l’entroterra abbiamo visto distese di palme da cocco,
banani, manghi e papaie, intervallati da campi di zucche e da
piantagioni di caffè e vaniglia. L’isola è totalmente coltivata, tanto
da coprire il fabbisogno dell’intero arcipelago tongano. Mancano però
gli allevamenti di bovini, quindi la carne, il latte e i suoi derivati
si trovano solo di importazione, come altri prodotti quali il vino e
l’olio di oliva.
I diversi paesini che abbiamo incontrato sono collegati tra loro da
strade non sempre asfaltate, per cui i fuoristrada si rendono quasi
indispensabili. Nei cortili delle case tongane si notano alberi che da
noi sono piantine da vaso, come il ficus benjamin, stelle di natale,
ibiscus, oltre alle piante si vedono i maiali lasciati in libertà, che
per cercare il cibo scavano nella terra, lasciando quindi i giardini
vangati. Una curiosità è stata vedere le distese di panni messi ad
asciugare sul filo spinato che fa da recinzione alle case, forse per
questo si chiama “bucato”? Poiché i tongani amano vivere all’aria
aperta le loro abitazioni sono molto spartane, pochi sono i mobili e
molte le stuoie dove sdraiarsi, tutte hanno i pannelli solari
installati sul tetto, per scaldare l’acqua che è rigorosamente piovana.
Le grondaie sono collegate a delle grosse cisterne in cemento costruite
di fianco alla casa dove l’acqua arriva già filtrata grazie ad una
retina fissata all’estremità del tubo, poi sono le pompe a spingerla
nell’impianto idraulico che la distribuisce nel bagno e in cucina. Il
recupero dell’acqua piovana utilizzata anche per bere è reso possibile
dall’assenza totale di agenti inquinanti nell’atmosfera e anche noi ci
siamo dissetati ben volentieri con quella bevanda assolutamente pura.
Tornati a Nuku’alofa, capitale di Tongatapu, ci sembrava di essere in
una metropoli. Il centro della città è molto trafficato per la presenza
di uffici pubblici, banche, scuole e attività commerciali. Il fulcro
del commercio è senza dubbio il mercato coperto, un edificio a due
piani dove si vende ogni cosa, dall’abbigliamento alla frutta, infatti
lì abbiamo fatto i nostri acquisti, anche gastronomici, le banane,
piccole e dolci, erano diventate il nostro pane quotidiano. Il vero
motivo per andare al mercato era quello di stare in mezzo alla gente,
donne indaffarate a fare la spesa e gruppi di bambini intenti a giocare
in mezzo ai cesti di tuberi allineati per terra. I prodotti artigianali
come la tapa, le borse intrecciate di pandano, le collane di
madreperla, vengono esposte tra i banchi di frutta e verdura, dando
vita ad una tavolozza di colori che non ha eguali.
Il turista agli occhi dei tongani non è altro che un viaggiatore
arrivato nella loro terra per apprezzarne il clima, il cibo, il mare e
perché no, le loro tradizioni, per cui niente di straordinario viene
fatto per lui se non accoglierlo calorosamente.
L’arte di intagliare il legno, di intrecciare foglie, di battere la
tapa, è stata tramandata di generazione in generazione, e ogni tongano
si adopera a creare oggetti che sembrerebbero solo souvenir per
turisti, ma che in realtà fanno parte del suo quotidiano: i cesti
servono per contenere le verdure e il pesce, la tapa viene usata come
ornamento nelle case e nelle chiese, e indossata durante le cerimonie.
La parola business a Tonga non è conosciuta, lo dimostrano i vari
ristoranti, alberghi e negozi gestiti esclusivamente da neozelandesi,
tedeschi, italiani, che per fortuna, a parer nostro hanno saputo
integrarsi nella cultura tongana senza stravolgerne la semplicità.
Ormai da diversi giorni facevamo parte anche noi di questa realtà e non
potevamo certo sottrarci al rito che si ripete ogni domenica, qualsiasi
attività lavorativa viene sospesa, è difficile persino trovare un taxi.
Si respira un’atmosfera fiabesca, sin dalle prime ore della mattina una
densa nuvola di fumo avvolge le case, e le campane delle chiese suonano
a festa. I tongani prima di andare a messa preparano l’Humu, piatto
tipico a base di pesce e verdure avvolto in foglie di banano, messo a
cuocere in una buca piena di brace e coperta di foglie. Nella sola
Tongatapu si contano circa quattrocento chiese, ne abbiamo visitate
alcune, e ci ha sorpreso la semplicità strutturale, nessuna
ostentazione di oggetti lussuosi, l’unica ricchezza è la fede stessa
dei tongani, che raccolti in silenzio, prendono posto sulle panche di
legno consumate, ma adornate da palme e fiori profumati, uomini e donne
indossano abiti scuri ravvivati dalle ta’ovale impreziosite da
conchiglie e perline. Il coinvolgimento era totale, eravamo seduti tra
loro e ci siamo sentiti parte di loro, al punto da provare i brividi
ogni volta che le loro voci straordinarie si univano in coro.
Siccome il nostro doveva essere un viaggio itinerante nelle diverse
isole che compongono il vasto arcipelago del Regno di Tonga, siamo
saliti a bordo di un piccolo aereo, un vecchio dc3 che ci avrebbe
portati a Vava’u. La trasvolata ci ha permesso di godere di panorami
meravigliosi, un atollo dopo l’altro disseminati come a tracciare il
percorso da seguire, sembravano sospesi in cielo tanto l’acqua era
cristallina. Con gli occhi ancora abbagliati per lo spettacolo della
natura cui avevamo assistito ci siamo trovati a Neiafu, la capitale di
Vava’u, ed è stato come andare indietro nel tempo di almeno una ventina
di anni, un’unica strada percorre il centro della città, pochi sono i
negozi, non mancano tuttavia le scuole, le banche e gli uffici
pubblici. I tongani che abitano a Vava’u non si dedicano
all’agricoltura, infatti è raro vedere campi coltivati, le verdure che
si trovano al mercato, a parte tuberi, cipolle e patate, arrivano da
Tongatapu, la professione più diffusa è il dolce far niente.
Il nuovo porto di Neiafu ospita decine di barche a vela di diverse
nazionalità, che qui trovano riparo dopo giorni di traversata in aperto
oceano Pacifico. L’arcipelago di Vava’u è meta di molti turisti oltre
che per le numerose isole dalle spiagge bianche, anche per un fenomeno
che si ripete ogni anno da luglio a novembre, le Humpback whales,
balene che vengono dai mari del polo artico, per riprodursi nelle acque
calde di questa parte dell’oceano. Non potevamo perderci questo
insolito incontro e con una chiatta munita di idrofono abbiamo navigato
fino a quando le balene sono state avvistate, le vedevamo giocare con i
loro piccoli, si fa per dire piccoli, quasi ignorassero la nostra
presenza, non immaginavamo di poterle avvicinare così tanto da averle
di fianco alla barca, pur avendo una mole così grande non ci incutevano
paura, anzi, con i loro movimenti lenti e aggraziati ci trasmettevano
calma e serenità. A Vava’u abbiamo visitato diverse spiagge, tutte
bellissime e completamente deserte, dove la sabbia è mescolata a
coralli e conchiglie, le palme si stagliano alte nel cielo, i fiori e
le piante formano un tappeto fitto quasi a toccare il mare. Stavamo per
ore a guardarci intorno in un silenzio surreale rotto solo dal canto
dei pappagalli e dal rumore del mare, ci dispiaceva persino stare
sdraiati a prendere il sole perché a tenere gli occhi chiusi anche solo
per un istante ci sembrava come mancare di rispetto ad una natura così
generosa. A bordo di un trimarano ci siamo fatti cullare dall’oceano
fino ad approdare su diversi atolli disabitati e selvaggi, e ogni volta
sembrava di entrare in un quadro di Gaugin, abbandonavamo i nostri
sensi ad una morbida sabbia riscaldata dal sole, all’odore delle
piante, al canto degli uccelli, il gusto del cocco fresco deliziava i
nostri palati, l’acqua color verde smeraldo rinfrescava i nostri corpi
abbronzati.
Tutto questo era molto di più di quanto avevamo sognato.
Con il solito vecchio dc3 ci siamo diretti alle Ha’apai, che
geograficamente sono al centro tra Vava’u, che è al nord, e Tongatapu,
che è al sud. La capitale, Pangai, è una città in miniatura, molto
curata, ogni edificio è colorato e ogni abitazioni ha il proprio
orticello. Anche qui non manca il mercato, benché piccolo offre una
discreta varietà di verdure e di frutta. Appena fuori dalla capitale si
trovano tanti villaggi sparsi nelle campagne dove è facile assistere
alla lavorazione della tapa, per farne una delle dimensioni di 5x3 mt
occorrono circa quattro mesi di lavoro, e vi partecipa l’intera
famiglia. Che i tongani fossero attaccati alle proprie tradizioni ne
abbiamo avuto la conferma anche nel vederli pescare nelle vecchie
piroghe a remi con il bilanciere. Pescano non lontano dalla spiaggia,
appena fuori dal reef, dove c’è abbondanza di pesce ed è suggestivo
vederli tornare al tramonto con il pescato, le piroghe scivolano così
leggere sull’acqua color vermiglio che sembrano volare. Restavamo
seduti a guardare fino a che sopra di noi veniva allestita una nuova
scenografia che solo la natura riesce a realizzare, su uno sfondo blu
intenso milioni di stelle accese come lampadine circondano la luna
colorata di argento, fino a quel momento eravamo convinti che esistesse
una sola luna, invece in Polinesia ne abbiamo scoperta un’altra, che
oltre ad essere più luminosa è anche molto più grande, e così vicina a
noi quasi da poterla toccare.
Quella che arrivava non era una notte qualsiasi, ma era la notte che
precedeva un nuovo giorno, e un nuovo giorno comincia sempre da Tonga.
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