SCOZIA

 

A chi può interessare riporto le impressioni e i ricordi del mio recente viaggio compiuto in Scozia dal 24/6/2005 al 1/7/2005 con mia moglie Paola ed altri soci della Coop, partecipando al classico tour di una settimana organizzato dalla Francorosso.

Il programma prevedeva, al costo di 1080 euro pro-capite (in luogo di 1225, da listino del tour operator), il volo da Milano Malpensa per Edimburgo e ritorno,  la mezza pensione (ad esclusione delle bevande e dell’ingresso al castello di Balmoral) e il tour in autopulman – in senso circolare ed orario - da Glasgow  a Fort William – all’ isola di Skye – ad Inverness – ad Aberdeen – a Stirling ed infine ad Edimburgo.

Non ci siamo dovuti preoccupare - a differenza dei comuni viaggiatori individuali - di pianificare alcun aspetto logistico ed itinerante, ma solo di acquisire un’ infarinatura dei luoghi da visitare tramite gli opuscoli e il CD Rom gentilmente e gratuitamente offertici dall’Ente del Turismo Scozzese, previa richiesta loro diretta con e-mail all’ indirizzo “ info@visitscotland.com “ , confidando nel caso solo ed esclusivamente sull’organizzazione scelta.

Le uniche preoccupazioni sono state quelle di procurarci le sterline, l’ E 111 (acquisito direttamente dal sito della nostra Asl), l’adattatore per la presa britannica e di non superare i 15 Kg di bagaglio individuale.

 

24/6/2005

Venerdì mattina, all’ora concordata (le cinque), puntualmente viene a raccoglierci - davanti a casa -l’altra coppia di Novara partecipante al nostro stesso tour, con l’auto di loro proprietà da lasciare poi al deposito del parcking di Malpensa 2000 per tutta la settimana  necessaria (costo di 25 euro per il piazzale scoperto), Con il pulmino-navetta del Parking arriviamo senza problemi – al Terminal 2 della Malpensa - entro le due ore precedenti la partenza del nostro aereo, fissato per le ore 8.15, e facciamo il check-in, seguiti dall’assistente della Francorosso.

Il nostro aereo è un normale charter della Compagnia Wind Jet che porta circa 200 passeggeri. I sedili sono un po’ sacrificati e sono costituiti da una serie di tre posti a sedere sia a destra che a sinistra del corridoio centrale.

Secondo la richiesta fatta al momento del ceck-in, riesco a posizionarmi a lato del finestrino, mentre mia moglie si deve ovviamente accontentare del posto centrale.

Sembra tutto regolare ma la partenza si rivelerà ben presto la nota dolente di questo viaggio.

Infatti, a causa della mancata l’autorizzazione da Edimburgo, il decollo viene incredibilmente sospeso e ritardato – ad ora da destinarsi - mentre già ci troviamo seduti all’interno dell’aereo!

All’inizio si tenta di far buon viso a cattivo gioco, ritenendo fisiologico il ritardo  riscontrabile negli aeroporti italiani, ma poi, con il passar del tempo, si comincia a respirare con fatica e a provare i primi sintomi di soffocamento.

Nel frattempo nessuno ci da notizie in merito.

Passata la prima ora, finalmente il Comandante si fa sentire per imputare il ritardo all’aeroporto di destinazione, che pare essere – in quel momento - sopraffatto dal traffico degli aerei in arrivo e in partenza.

Intanto qualcuno prende la meritoria decisione di servirci dell’acqua e di mettere in funzione l’aria condizionata!

E finalmente – con quasi due ore di ritardo – riusciamo a partire.

Dopo una decina di minuti sorvoliamo le Alpi imbiancate. La giornata è splendida. Riesco ad ammirare i ghiacciai e i laghetti alpini. Mi sembra di intravedere il Dente del Gigante e altre cime della Val d’Aosta. Sorvoliamo la Francia ammirando i numerosissimi piccoli appezzamenti variegati nei colori del verde chiaro, del verde scuro e dell’ocra. Di tanto in tanto si scorgono ampie macchie di foresta. Dopo un’ora di volo, scorgo un fiume con molte anse: ci dicono che siamo su Parigi, ma purtroppo io – che ho il finestrino a destra – non la riesco a vedere. Gli appezzamenti multicolore si estendono in dimensione. Voliamo, a quanto ci riferisce il Comandante, a 8500 metri d’altezza, con un velocità di 800 km l’ora. La temperatura esterna è – 36 gradi centigradi, mentre a terra è di +18 gradi. Dopo una dozzina di minuti dal sorvolo di Parigi, siamo sulla Manica. Scorgo chiaramente la costa francese che è piatta e sabbiosa e tre minuti dopo siamo sopra le bianche scogliere di Dover. Il paesaggio inglese appare lo stesso di quello francese, con gli identici appezzamenti a mosaico tricolori (verde chiaro, verde scuro ed ocra). Dopo aver individuato l’estuario del Tamigi, inizia la foschia e non si scorge più il panorama. In breve le nuvole si infittiscono, divenendo un manto uniforme. Il cielo, sopra il nostro orizzonte, è azzurro ma man mano che si procede diventa fosco. Ci avvisano, intanto, che saremo ad Edimburgo tra 20 minuti, per cui siamo invitati ad allacciarci le cinture. Vedo i deflettori alari che si aprono e si richiudono più volte. Stiamo scendendo in una marea di nebbia. A poco a poco si intravede il panorama sottostante. Gli appezzamenti sono di un verde più intenso di quello riscontrato sul suolo francese. Finalmente, dopo 2 ore e 13 minuti di volo, planiamo senza difficoltà all’aeroporto di Edimburgo e applaudiamo il Comandante per il buon esito del viaggio.

Dopo i controlli di rito, siamo accolti dalla nostra guida della Francorosso Gabriella (detta Gaby dagli scozzesi che la conoscono, per la loro difficoltà a pronunciare la erre) che si rivelerà per tutto il viaggio molto preparata e simpatica. Ha 37 anni e vive in Scozia da 13 anni. E’ una libera professionista (originaria del Piemonte) che si guadagna da vivere sia come guida che come traduttrice.

Saliamo tutti e 46 componenti del nostro gruppo su un pulman a noi riservato con alla guida Jim, un rosso scozzese di mezza età che ci accompagnerà per tutto il tour indossando la sola consueta camiciola di mezze maniche, indipendentemente dalle diverse condizioni atmosferiche.

Dopo i convenevoli di rito, la nostra guida ci avverte che saranno almeno quattro le cose che ci mancheranno in Scozia: il pane, il caffè, il vino e la pasta. Facciamo buon viso a cattivo gioco, ma scopriremo in seguito altre mancanze, quali ad esempio il bidet (che sembra però essere una prerogativa solo italiana).

Il tempo è variabile, un po’ nuvoloso ma accettabile per le nostre esigenze iniziali. Qui in Scozia la mutevolezza è una costante: in una stessa giornata possono alternarsi tutte e quattro le stagioni.

Percorriamo in autostrada il tratto di 65 km che separa Glasgow da Edimburgo e nel giro di un’ora siamo nella più popolosa città scozzese che visiteremo l’indomani.

Il nostro albergo è collocato nell’immediata periferia di Glasgow, in mezzo al verde. E’ un Hilton di quattro stelle, esteso prevalentemente in orizzontale. La nostra stanza, come molte altre, ha una portafinestra che dà su un giardino. La privacy è tutelata in questo caso da doppie tende, ma in Scozia le finestre sono assolutamente tutte prive di persiane o tapparelle. Evidentemente, come nei paesi nordici, il sole e la luce sono ricercati il più possibile, per cui è ritenuto sufficiente riposare al riparo delle sole tende bianche anziché nel buio assoluto.

Come già preannunciatoci dalla guida, troviamo in camera il simpatico bollitore (in uso in tutti i B&B) – con le bustine del the e del nescafè - che naturalmente subito proviamo ed utilizziamo, per una adeguata “full immersion”.

Sfatte le valigie, osserviamo con curiosità nella Hall un raduno di giovani che stanno festeggiando il conseguimento della laurea di uno di loro. I giovani portano un  Kilt di color scuro e le ragazze abiti variegati, svolazzanti e generosamente scollati.

Per cena possiamo contare su una triplice scelta di piatti, sia di primi  - che di secondi - che di dessert (opportunamente tradotti in italiano dalla guida). E già dal primo momento (ma anche nei giorni successivi) il nostro interesse sarà prevalentemente orientato al pesce: salmone o merluzzo, e la scelta si rivelerà davvero appagante. Come bevanda si opta per la birra (meno costosa) ma anche l’acqua del rubinetto (che ci verrà sempre servita) è assolutamente buona a bersi.

 

25/6/2005

Dopo un’abbondante colazione (smentendo di essere italiani) con bacon, uova, sanguinaccio, salsicce, salmone, succhi di frutta ed altro, visitiamo Glasgow con il nostro pulman.

La città (dal significato “bel posto verde” in lingua gaelica) è una mescolanza di stili: Molti edifici sono costruiti in arenaria rossa, la pietra porosa che si estrae nelle cavi limitrofe. E’ situata su un terreno ondulato, lungo il fiume Clyde. Gli edifici raccontano i vari periodi storici vissuti. Da porto commerciale di primaria importanza (lavorazione del tabacco d’oltremare) e di traffici commerciali nel 1600, diviene nell’ ‘800 centro di grandi miniere e stabilimenti metallurgici, grazie alle vicine miniere di carbone. Le immigrazioni di molti contadini dalle Highlands causò la costruzione di sterminati quartieri di povere case popolari. La crisi industriale e navale produsse lo smantellamento progressivo degli edifici degradati a vantaggio di centri commerciali, alberghi, teatri e parcheggi.

Dal 1990 diventa la capitale europea della cultura. Oggi convivono edifici gotici, veneziani e vittoriani. Non si ritrovano i quartieri medievali per i gravi bombardamenti subiti dai tedeschi nella prima e nella seconda guerra mondiale. Di più antico rimane una sola casa del 1471 situata nei pressi della Cattedrale di St. Mungo. Ha una metropolitana e ben 70 parchi cittadini. Le strade sono larghe e squadrate.

A George Square (che ha al centro la statua di Walter Scott) scendiamo dal pulman e gironzoliamo a piedi intorno alla grande piazza e lungo le vicine ed eleganti strade di Queen Street e Buchanan Street, prendendo la prima e necessaria confidenza – negli attraversamenti - con la circolazione stradale che avviene a sinistra.

Ritorniamo quindi sul pulman per andare a visitare la scura e gotica cattedrale di St. Mungo (cripta, vetrate e coro degne di nota) e poi il vicino museo con la famosa opera di Dalì: Il Cristo con il volto abbassato.

Riprendiamo il giro panoramico ammirando dapprima alcuni parchi cittadini e poi la maestosa e gotica Università. Qui incrociamo alcuni curiosi pulman locali a due piani  - con la parte superiore scoperta – adibiti propriamente ad uso turistico.

Usciamo infine dal centro cittadino per visitare, negli immediati dintorni, la Burrell Collection. Questo museo costituisce il lascito, fatto alla città, di ben 9000 oggetti d’arte raccolti in 80 anni dal collezionista che ne porta il nome.

Di famiglia ricca (il padre era armatore) William Burrell iniziò la sua raccolta dall’età di 14 anni (allorché acquistò il suo primo quadro con un compenso ricevuto dal padre) per tutta la vita (morì a 96 anni) comprando nel tempo – in media - una decina di oggetti al mese.

La collezione comprende arazzi fiamminghi e francesi del 1600, vetrate di chiese sconsacrate, vasi del periodo romano, gioielli egizi ed etruschi, portali di castello, porcellane cinesi, dipinti di impressionisti ed altro ancora.

Terminata la visita proseguiamo in pulman alla volta del Loch Lomond, il lago più esteso della Gran Bretagna, che conta ben 33 isole all’interno del suo bacino. Lo troviamo certamente piacevole e per certi versi somigliante al nostro Lago Maggiore (ma non allo stesso livello: considerazione forse un tantino imparziale, … essendo della zona).

Ci dirigiamo sulla sponda ovest, quella turisticamente più sviluppata, fermandoci a Luss (un delizioso paesino del centro lago) per lo spuntino di mezzogiorno. Il benvenuto ci viene dato simpaticamente (ed interessatamente) dall’immancabile scozzese in Kilt, al suono della tradizionale cornamusa.

Da Luss ci spostiamo verso ovest per raggiungere Inverary.

Il paesaggio è vario e appagante. Siamo nei pressi dell’Argyll Forest Park. Si notano di tanto in tanto i rimboschimenti di pini, di abeti e di querce operati qualche decennio fa come rimedio ai tagli fatti in passato (negli anni ’30) con l’intento di favorire l’allevamento delle pecore. Ora il numero delle pecore in Scozia raggiunge i 20 milioni di esemplari, contro i soli 5 milioni di abitanti che la popolano. Le pecore vivono all’aperto tutto l’anno e vengono radunate due sole volte l’anno per la tosatura (ad opera di personale specializzato proveniente dall’Australia) e per la riproduzione. Questi ovini vengono allevati solo per la lana e non per il latte. Quindi non si producono i formaggi, salvo un piccolo quantitativo ottenuto dal latte delle mucche (il cedar) che si usa come formaggio da grattugiare.

Le coltivazioni prevalentemente prodotte sono: per le verdure, le patate e le rape e come cereali, l’orzo, l’avena e il grano. Non vi sono alberi da frutto ma solo frutti di bosco, quali i mirtilli, le more e i lamponi.

Oltre l’allevamento delle pecore, viene particolarmente curato, organizzato e regolamentato l’allevamento dei salmoni, che vengono destinati alla tavola dopo 12 mesi di vita, trascorsi prima in acqua dolce e poi in acqua salata.

Visitiamo Inverary che è un villaggio di pescatori alla foce del fiume Aray, che si immette sul fiordo Loch Fyne. Il paesino è costituito da un’unica strada, munita di svariati negozi di tessuti e maglioni di buona qualità.

Qui una signora del nostro gruppo riesce a scoprire, del tutto involontariamente, le “grazie” di uno scozzese in Kilt, seduto poco accortamente sui gradini di un negozio, riferendone poi l’accaduto agli altri al momento della risalita sul pulman.

La guida ci conferma che sotto il kilt gli scozzesi non portano la biancheria intima, ad eccezione degli spettacoli, durante i quali indossano comunemente delle mutandine di color nero. Approfitta dell’occasione per illustrarci l’origine di questo mantello di lana (tartan), introdotto dai romani e poi utilizzato dagli abitanti (cacciatori e pescatori) delle Highlands anche come coperta notturna. Ci mette poi a conoscenza della stragrande varietà decorativa del tartan (33 diversi disegni e colori), per l’originaria esigenza di volersi differenziare a seconda dell’appartenenza o meno ad una determinata famiglia (clan). Il gonnellino di lana (kilt) è piuttosto pesante, perché costituito da circa 8 metri di stoffa munita di pieghe profondissime, nell’intento di permettere il suo ondeggiamento mentre si cammina. Completano il costume scozzese le calze di lana spessa (con l’accluso coltello nero ivi infilato), le scarpe nere, la camicia bianca, la giacchettina nera, un cappellino di tipo basco e lo sporran (borsellino di cuoio e pelle di cervo, ove viene contenuto l’orzo e il whisky). Il vestito completo è piuttosto caro (anche di 1000 sterline) ma è una spesa che può essere ammortizzata perché durerà tutta la vita, tenuto conto che il gonnellino viene confezionato su misura dal sarto ed è regolabile per due taglie diverse.

Ci rechiamo quindi a visitare il vicino castello di Inverary, di proprietà della famiglia Campbell, Duca di Argyll. Si tratta di un magnifico castello di stile francese, riccamente arredato con arazzi, mobili, porcellane, dipinti notevoli dei vari Duchi succedutisi nei tempi. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata l’armeria, costituita da una cinquantina di fucili disposti a raggiera e formanti un cerchio, dalle spade, dagli elmi, dagli scudi e dalle baionette.

Terminata la visita, proseguiamo in direzione nord attraverso la stretta e incassata Valle Glencoe, famosa per essere stata in passato campo di battaglia per l’indipendenza scozzese, raggiungendo quindi Fort William, tappa conclusiva della nostra giornata.

La cittadina, di 10000 abitanti, è posta sul Loch Eil in posizione strategica per essere il punto di partenza del famoso Canale di Caledonia, costituito in gran parte da tre laghi di differente livello e altezza – uniti attraverso un sistema di chiuse e passaggi di notevole ingegno idraulico (per merito  di J. Watt, inventore tra l’altro del motore a scoppio). Alle spalle si trova il Ben Nevis che è il monte più alto della Gran Bretagna (1322) e sul quale si può sciare d’inverno e scalare d’estate, usando impianti di risalita sempre attivi.

A cena mangiamo una buona zuppa di lenticchie, dell’ottimo salmone e chiudiamo con un gustoso gelato alle fragole.

La giornata si conclude poi partecipando - piacevolmente - ad un tipico spettacolo musicale scozzese, organizzato in un locale dell’albergo.

Il complesso che ci intrattiene è costituito da un quartetto, formato da un giovane in kilt che suona la cornamusa, da una ragazza che suona il violino, da un anziano che suona la fisarmonica e da una pimpante e cicciotella quarantenne che balla in modo decisamente atletico e canta – in alternativa - anche a perdifiato.

Devo, a un certo punto, ignominiosamente eclissarmi, per non farmi coinvolgermi in una quadriglia con altri spettatori (i maschi – come al solito - sono in minoranza e i presenti, come il sottoscritto, non sanno purtroppo ballare).

 

26/6/2005

Dopo l’abbondante colazione, lasciamo l’albergo e saliamo sul pulman, effettuando lo scambio dei posti precedentemente occupati per accontentare anche le persone che nei giorni precedenti si erano dovute accomodare in fondo.

La guida, prima di partire, rinnova le raccomandazioni già dateci: di controllare se avevamo regolarmente consegnato le chiavi o lasciato per distrazione qualcosa in albergo (tipo macchina fotografica, videocamera, cellulare, adattatore o le preziose pastiglie per la pressione e l’antivomito).

Si profila una stupenda giornata, non solo per il tempo straordinariamente favorevole ma anche per la visita ad uno dei posti più belli della Scozia: l’isola di Skye.

Da Fort William, costeggiando il fiordo, giungiamo alla vicina Glenfinnan (sul loch Schiel) dove scendiamo per fotografare prima il monumento ai caduti giacobiti scozzesi nella battaglia – contro gli inglesi – del 1745 (in onore del nostro autista Jim) eppoi per riprendere,  molto più interessati, il famoso viadotto visto in uno dei film di Harry Potter. Nei pressi riusciamo anche a fotografare qualche cervo in libertà. Si prosegue poi sulla “strada delle isole” in direzione Mallaig, fiancheggiando la ferrovia che effettua lo stesso percorso. I treni, in Scozia, sono puntualissimi e permettono di raggiungere aree remote e paesaggisticamente suggestive. D’estate sono in funzione anche divertenti treni d’epoca a vapore.

Attraversiamo un paesaggio incantevole, ricco di boschi di rododendri, di querce, di betulle e in cui crescono funghi porcini che non vengono mai raccolti :-(( e giungiamo a Mallaig da dove traghettiamo per l’isola di Skye. Al porto vediamo numerosi e grossi gabbiani che stazionano nei punti strategici e dominanti. La guida ci segnala che nella zona vivono lontre, foche, delfini, cormorani e urie (pinguini neri). Siamo i primi ad imbarcarci e prendiamo posto sul traghetto sulla parte scoperta anteriore, pronti a fotografare. Dopo qualche minuto dalla partenza il vento ci induce a spostarci di poppa o a rientrare, perché l’onnipresente kway non è sufficiente a proteggerci. Giungiamo ad Armadeil, dopo una trentina di minuti di attraversata e riprendiamo il pulman che ci porterà a percorrere buona parte dell’isola che è la più grande delle Ebridi interne.

Skye è un’isola di origine vulcanica, originatasi 410 milioni di anni fa dalla divisione della Scozia che era andata ad unirsi all’Inghilterra. La sua denominazione sta a significare “isola alata” ma viene soprannominata “isola della nebbiolina” per le sue caratteristiche atmosferiche, ma  il giorno che l’abbiamo visitata il cielo è rimasto quasi interamente terso e splendente.

Ha un’estensione di 80 km in lunghezza e 40 di larghezza (nel punto massimo) ed una popolazione di circa 6000 abitanti, concentrati principalmente nel capoluogo di Portree (1500 ab.) e nel paese di Broadford (800 ab.), posto in posizione mediana sulla costa orientale.

E’ un’isola frastagliata, con una dorsale montagnosa in granito rosso a sud-ovest che raggiunge i 1000 metri di altitudine.

Ovunque si percepisce pulizia, ordine e tranquillità. Le casette sono a uno o due piani. La vegetazione è costituita da grandi cespugli, soprattutto di erica (che purtroppo non possiamo apprezzare perché fiorirà nel mese di luglio). In compenso si possono ammirare i fiori di fucsia, di ginestra, la digitale e il fiore del cardo che è il simbolo della Scozia (mentre quello dell’Inghilterra è la rosa e quello dell’Irlanda il quadrifoglio). Gli abitanti dell’isola – che parlano ancora quasi tutti il gaelico - sono in gran parte dediti alla pesca e all’allevamento di salmoni, cozze, ostriche ed aragoste. Le donne si dedicano all’artigianato, realizzando maglioni fatti a mano, e si occupano di gestire i B.&B. La terra è nera ed è composta in massima parte da torba che viene usata sia come concime che come combustibile, nel formato di mattoncini.

Lungo il percorso notiamo molte case abbandonate e la guida ci spiega che ciò avvenne quando – alcuni secoli fa – il capo clan invitò i propri fittavoli a seguirlo altrove ed essi accolsero la richiesta, dando prova di ubbidienza e devozione.

A Portree ci fermiamo a visitare il bel porticciolo dalle casette colorate e a dare un’occhiatina nei negozietti del paese. Arrivati all’ora di pranzo, ci separiamo dal gruppo per andare un po’ tutti sparpagliati nei vari ristorantini a mangiare, onde poter puntualmente  riprendere il viaggio, un’oretta e mezza più tardi. Noi e un altro gruppetto andiamo in un locale del centro a mangiare il fish & chips e a bere il nostro consueto bicchiere di birra. Non sapendo dialogare in inglese (troppi anni sono passati dal tempo delle scuole), non ci azzardiamo a chiedere un menù diverso (perché la guida stavolta non ci assiste). Ci servono stavolta in tempi accettabili, contrariamente all’usuale lentezza scozzese che deriva dalla loro scarsa attitudine turistica, paghiamo 9 sterline pro-capite (la cifra che solitamente si spende per una consumazione del genere) ed usciamo con buon margine di tempo sull’ora di ritrovo. Altri sono meno fortunati di noi e arrivano al pulman piuttosto trafelati in quanto si sono trovati ad essere troppi per le possibilità del locale da loro scelto, soprattutto per l’arrivo concomitante di turisti appartenenti ad altri pulman.

Il viaggio prosegue verso il Nord-Ovest dell’isola per raggiungere il castello di Dunvegan che visitiamo. Si tratta di un vecchio castello del XIII secolo, sorto a scopo difensivo, rimaneggiato nel 1800 e appartenuto sempre alla stessa famiglia Mc Leod. I molti quadri dei ritratti dei vari capiclan della famiglia, opera di valenti pittori britannici (Ramsay su tutti), costituiscono il pezzo forte del castello.

Riprendiamo poi il viaggio ritornando a sud dell’isola, facendo un’altra strada che ci fa scoprire altre eccezionali bellezze paesaggistiche, in uno scenario tutto bucolico, fatto di ampie e ondulate praterie, con minuscoli greggi di pecore, di casette isolate, di fiordi che si susseguono, di colline che si innalzano progressivamente.

A Broadford ci ricongiungiamo alla strada fatta in mattinata e raggiungiamo quindi il paese di Kyleakin dove è sistemato il nostro albergo (di sole tre stelle – stavolta – in quanto si è su un’isola turisticamente non molto sviluppata) presso cui passeremo la notte.

 

27/6/2005

Di prima mattina il tempo si presenta molto nuvoloso e allora si ha conferma del perché Skye viene chiamata “l’isola della nebbiolina leggera”. Saliamo quindi sul pulman muniti di kway e speriamo per il proseguo della giornata. Attraversiamo l’elegante ponte che collega Kyleakin (sull’isola di Skye) con Kyle of Lochalsh (sulla costa scozzese), da quest’anno divenuto gratuito, avendo superato – con i gravosi pedaggi pagati negli anni precedenti – il costo della sua realizzazione, sostenuto in 25 milioni di sterline. Nelle immediate vicinanze ci fermiamo a visitare il suggestivo castello di Eilan Donan, molto fotografato, posto su un isolotto del Loch Duich collegato da un ponte composto da tre arcate. Costruito nel 1200, venne restaurato nel 1920 (dopo un intervento durato 20 anni) in quanto fu bombardato – come molti altri – dagli inglesi nel ‘700, durante le guerre di indipendenza scozzesi. Qui è stato girato il film di Highlander.

Proseguiamo quindi il viaggio, nel cuore delle Highlands, mentre il tempo sta velocemente migliorando. Si percorrono chilometri e chilometri in zone prive di presenza umana. Il paesaggio è continuamente variegato. Lande torbose si alternano a brughiere e a rilievi ricchi di erica. I loch spuntano all’improvviso quando meno te l’aspetti e risplendono di un colore d’intenso cobalto.

Raggiungiamo il Canale di Caledonia e ci dirigiamo verso il famoso Loch Ness, il secondo lago per estensione della Scozia. Il tempo ora è splendido come non mai e questo ci meraviglia pensando alle differenti condizioni metereologiche incontrate alla partenza, solo qualche ora prima. E’ quindi vero quanto si dice del clima scozzese: che presenta le quattro stagioni in una sola giornata!

Il Loch Ness è il lago più famoso della Scozia, lungo 38 Km, largo 2 e profondo poco più di 200 metri. Da quando si è parlato di un mostro aggirarsi tra quelle acque, il tranquillo paese di Drumnadrochit – posto nei pressi – si è progressivamente ed intensamente sviluppato, nel breve volgere di una decina d’anni, in senso decisamente turistico, per accogliere la fitta schiera di visitatori che qui accorrono alla ricerca di possibili emozioni. Nella stagione estiva si effettuano - in battello - brevi crociere giornaliere di trenta minuti, con la recondita speranza di incontrare Nessie. A tre chilometri di distanza, in riva al lago e su un promontorio roccioso, sorgono le rovine del Castello di Urquhart, abbattuto nel 1689. La visita all’esteso complesso, consente di rendersi conto – pur nelle parti abbattute – delle varie aree che lo componevano: del ponte levatoio, del corpo di guardia, del cortile, della cappella, del salone d’onore ma soprattutto della torre Grant, che è ancora parzialmente integra e da cui si domina il lago in tutta la sua profonda lunghezza ed estensione. Il castello è molto frequentato dai turisti, tanto che è stato necessario creare nell’area un adeguato shop center e un ristorante self-service.

Fatto uno spuntino e scattate numerose fotografie, riprendiamo il viaggio costeggiando il lago sino ad arrivare ad Inverness, carina località di 40000 abitanti posta sul fiume Ness. Ci fermiamo a visitarla liberamente, ognuno per proprio conto, sotto un sole cocente. Numerosi maschietti del posto si trovano già a torso nudo a prendere il sole in un parco cittadino, le ragazze – per non essere da meno – mostrano l’ombelico scoperto, nonostante il loro fisico consigliasse, nel loro caso, di non seguire la moda. Le donne scozzesi sono prevalentemente grasse, a causa di un alimentazione non corretta e della molta birra bevuta fin dai primi anni giovanili. Dopo aver percorso a piedi la via principale e visitato un centro commerciale - anche per fare pipì ;-)) – ritorniamo al punto di ritrovo del pulman diretti alla nostra ultima tappa della giornata: Nairn, posta sul Moray Firth del Mar del Nord.

Ci dirigiamo subito al nostro Hotel (il Newton – 4 stelle) che è posto all’interno di un esteso parco di otto ettari, prospiciente la costa dell’estuario del Moray e il campo da golf cittadino. Si tratta di un albergo di aspetto castellano e di origini nobiliari, un tempo usato dagli amanti del golf e successivamente ingrandito per essere usato esclusivamente per scopi prettamente turistici. Abbiamo la sorpresa di vederci assegnata la suite, che porta un nome nobiliare scozzese (Mc Callaghan). Sarà stato il caso ma l’indomani per noi ricorre il 30° anniversario di nozze: quale soddisfazione aprire gli occhi in tale ambiente, in un giorno così importante! Nessuno sapeva della ricorrenza, per cui è stato piacevole scoprire che a volte la sorte riserva momenti tali che nemmeno la migliore raccomandazione potrebbe dare. La camera era enorme, ampi tendaggi incorniciavano le finestre centrali posizionate frontalmente sul parco, poltrone imbottite di pelle con il relativo tavolinetto, letto matrimoniale con copriletto fiorato ed elegante, grandi comodini con lampade, tavolo studio, mobile con interna televisione, quadri alle pareti damascate di verde smeraldo, bagno adeguato. Dopo una veloce doccia, mi inoltro nel grandissimo parco visto dalle finestre e cammino in direzione del mare che però non riesco a raggiungere perché distante qualche km. Dopo cena, con un gruppo, andiamo a visitare il paese, costituito da numerose casette a due piani in granito grigio, con il tetto profondamente inclinato e con le verande che si estendono a lato dell’ingresso in forma semiesagonale sul giardino curato con fiori e vegetazione locale.

 

28/6/2005

Dopo aver fatto il nostro consueto e abbondante scottish breakfast, proseguiamo il nostro tour – già completato per una buona metà – in direzione di Aberdeen e dei Grampiani, una regione piena di castelli e soprattutto di distillerie di whisky. Oggi ne visitiamo una: la Glenlivet, del gruppo Pernod. Il paesaggio che percorriamo è più aperto e dolce del solito. Ai pascoli di bovini e di pecore si alternano le zone agricole nelle quali sono coltivati il grano, l’orzo e i frutti di bosco (per fare le marmellate) in apposite serre all’uopo attrezzate. La valle del fiume Spey si presta in modo particolare per la produzione del whisky (la bevanda nazionale scozzese che significa “acqua della vita”). Sul pulman la guida ci illustra le fasi della sua produzione. Gli ingredienti sono: l’orzo, l’acqua (che è importante per il giusto sapore, grazie alla torba di cui è permeata) e il lievito (quest’ultimo è decisivo per la qualità e la sua percentuale utilizzata). L’orzo, a fine luglio, viene immesso con l’acqua nei tini a macerare per una ventina di ore. Successivamente viene fatto essiccare sino alla germogliazione. Lo si passa al forno, alimentato dalla torba e lo si macina in acqua calda facendolo fermentare e ricavando poi un liquido zuccherino che viene poi filtrato. Il residuo solido dell’orzo non sarà buttato, ma verrà utilizzato come mangime per gli animali. I tini, solitamente di 50000 litri, rimangono riempiti per ¾ dal liquido precedentemente ottenuto e di una certa quantità di lievito (tenuta segreta), dopo che ne è stata diminuita la temperatura. Segue poi la distillazione in alambicchi di rame, previa bollitura. Si ottiene l’alcool e dello stesso “la testa” e “la coda” vengono – diversamente “dal cuore” - nuovamente ridistillati una seconda volta (in Irlanda ciò avviene per tre volte). Per diminuire il tasso di alcool ottenuto (60 gradi), si aggiunge acqua delle Highlands e si ottiene un liquido di 50 gradi. Questo viene infine immesso in botti di quercia ad invecchiare e, solo dopo tre anni, l’alcool potrà chiamarsi whisky e il grado alcolico scenderà naturalmente a 40 gradi. Sicché rimane nelle botti l’invecchiamento procede ma una volta imbottigliato cessa. Dopo l’invecchiamento le costose botti (acquistate ad un valore di circa 300 sterline) che sono arrivate o dalla Spagna (già usate per lo cherry) o dagli Stati Uniti (già usate per il bourbon) vengono eliminate.

Arrivati alla nostra distilleria, ci accompagnano a vedere le varie fasi di lavorazione di cui si è detto e alla fine ci viene offerto un bicchierino di assaggio che accettiamo con il tradizionale “slangivar” (termine che significa “cin cin”). Sappiamo che il costo del whisky in Scozia non è conveniente perché lì è gravato da una tassa altissima (istituita per combattere l’alcolismo). Le bottiglie vengono vendute al prezzo di 23 o 25 sterline, a seconda degli anni di invecchiamento, mentre in Italia le stesse si possono trovare anche a meno della metà. Al loro shop, ci limitiamo quindi ad acquistare qualche vasetto di pesche o di lamponi immersi nel whisky locale, al costo più contenuto di 6 sterline, tanto per averne un ricordo.

Risaliamo sul pulman e ci dirigiamo a Ballater, dove visitiamo la vecchia stazione ferroviaria (Old Royal Station) ora in disuso della regina Vittoria. Nella stessa stazione sono proposte ricostruzioni di scene di vita del tempo passato, con costumi dell’epoca e persino una assai ridicola di un facchino alle prese di una enorme quantità di bagagli tale da non riuscire a gestirla, lasciandosi scappare ….. il gatto che ne faceva parte. Nel piccolo paese notiamo molti negozi con stemmi e insegne araldiche che stanno a dimostrare la loro qualità di fornitori della Real Casa che si trova a Crathie, ove sorge il castello di Balmoral che andiamo a visitare.

Entriamo, pagandone il pedaggio (8 sterline) e sapendo in anticipo che ne potremo visitare una sola stanza, ma i giardini – di per sé – ne giustificano la visita. La prima cosa che si presenta è la massiccia torre con l’orologio (che in quel momento segna le 13), poi oltrepassandola vediamo l’intera ed estesa struttura del castello su tre livelli e con la serie di sette finestre in stile inglese per ogni piano. Il castello, bello e grandioso nella sua imponenza, lo si apprezza ancor di più se visto da lontano, nel contesto dell’enorme parco rasato che lo fronteggia. Nella sala che abbiamo visitato, si è potuto apprezzare il ritratto della regina Vittoria in nero, i due ritratti di bambine (forse della stessa regina) e alcuni manichini in costume scozzese. Proseguiamo poi per nostro conto la visita dei giardini, attraversando con ammirazione ed incredulità (perché si può fare) lo stupendo prato calpestabile che fronteggia il castello. L’erba è così soffice e compatta che sembra di camminare e di affondare sulla moquette. Ci dirigiamo prima verso il Garden Cottage (da cui scorgiamo degli arredi dalle finestre) e poi nel settore dei giardini veri e propri, degli orti e della serra con i vari fiori di stagione. Incontriamo più in là un maneggio con cavalli e Paola si diverte a dar loro dell’erba che cresce nei dintorni, con sommo loro apprezzamento, tanto da nitrire – quasi con dispiacere – quando ce ne siamo dovuti allontanare. Ci sarebbe stato da vedere anche il Cricket Ground e il Golf Course ma il tempo non l’ha permesso, per cui siamo risaliti sul pulman per raggiungere l’ultima destinazione della giornata, Aberdeen.

Aberdeen è la terza città della Scozia in ordine di grandezza (225000 abitanti) ed è detta “la città d’argento” (perché interamente costruita in grigio granito locale) ed è anche “città delle rose” (per la cura dedicata a questi fiori in ogni minimo angolo di verde). E’ situata alla confluenza di due fiumi, il Dee e il Don che sfociano nel Mar del Nord. Ha un alto tasso di piovosità e d’inverno è colpita da un vento forte e da un clima piuttosto rigido. Noi abbiamo visitato il porto e un tipico quartiere costruito con umili baracche di piccole dimensioni ma aventi tutte un giardinetto prospiciente ben curato e ingentilito con fiori e oggetti decorativi vari, in alcuni casi un po’ pacchiani (nanetti e statuette infantili). Prima di andare al nostro albergo (Patio Hotel – 4 stelle, abbastanza vicino al centro) il pulman ci ha portato a fare una visita orientativa della città che abbiamo trovato elegante, dinamica e ricca di negozi.

 

29/6/2005

Il giorno successivo il tempo si è presentato molto nuvoloso e non ci ha permesso sfortunatamente di apprezzare più di tanto il tratto di costa del Mar del nord che dovevamo percorrere sino a Dundee. Nonostante ciò, la fermata al Castello di Dunottar, a 3 km da Stonehaven, si è rivelata utile a cogliere la stessa atmosfera cupa voluta da Zeffirelli nel suo Amleto che ha qui girato. Da lontano le rovine del castello non sembrano poter dare particolari emozioni, ma con l’avvicinarsi ad esso, al limite dello sperone roccioso su cui è stato costruito, se ne possono apprezzare le forme, la posizione strategica, l’altezza, l’inaccessibilità e l’aspetto difensivo. Suggestivo si è rivelato l’incessante volo dei gabbiani attorno al maniero, il posto sicuro in cui essi trovano rifugio, protezione e luogo di banchetto per il pesce che riescono a predare. Un tempo il castello custodì, tra le segrete mura, i “gioielli di Scozia” (la corona, lo scettro, la spada e la pietra del destino) che ora si trovano custoditi all’interno del castello di Edimburgo.

Riprendiamo il viaggio mentre nel frattempo iniziano a cadere le prime goccioline di pioggia. La nostra prossima tappa è il Castello di Stirling, a cui arriviamo dopo aver superato le città di Dundee (80000 ab.) e di Perth (la vecchia capitale scozzese che forse meriterebbe una visita). Dobbiamo aprire l’ombrello e la pioggia ci impedisce di osservare al meglio il castello che come importanza è il secondo in Scozia, dopo quello di Edimburgo.

E’ situato su una rupe ed ha un’area piuttosto estesa. Da una spianata frontistante si entra nella piazza del corpo di guardia che è un’area aggiunta nel 1700 in difesa del superiore perimetro del castello, costruito nel 1500 sorretto da torri circolari. All’interno sono contenuti, un cortile esterno su cui si affacciano tre edifici: il salone utilizzato per le grandi celebrazioni di rito, il Palazzo reale e le grandi cucine e un cortile più interno e in posizione elevata, su cui si affacciano il Vecchio edificio del Re e la Cappella reale.

Terminata la visita e senza attendere il pulman, scendiamo liberamente a piedi nella cittadina sottostante che dista meno di 1 km. Qui mangiamo un tramezzino in uno dei molteplici locali di ristorazione che si trovano sulla strada principale. Diamo un’occhiata ad un centro commerciale e acquistiamo qualche cartolina da spedire ai parenti. Troviamo l’apposita buca delle lettere di color rosso e spediamo le cartoline, evitando l’errore di imbucare la corrispondenza nei contenitori che si trovano lungo le strade con la scritta “litter”!

All’ora di ritrovo, ripartiamo con il pulman e ci dirigiamo a Linlithgow, sempre sotto una pioggerellina leggera. Qui visitiamo il Linlithgow Palace, dove nel 1542 nacque Maria Stuarda. Si tratta di un edificio fortificato del XV secolo, con quattro lati chiusi da torrioni che, più volte abbattuto da incendi o devastazioni, venne sempre riedificato perché tutti i re scozzesi amarono questo posto. E’ quasi interamente privo del tetto ma è agibile in alcune sale e scalinate e ospita una bella fontana nel cortile, in stile rinascimentale. A lato sorge la medievale chiesa di S. Michele, più volte restaurata che possiede magnifiche finestre con vetri dipinti. Accanto ad essa è posto un piccolo cimitero, contenente lapidi di famiglie importanti piantate semplicemente in un praticello verde.

Si riprende il viaggio con destinazione Edimburgo, la meta finale del nostro tour. Sul pulman la guida comincia a descriverci le caratteristiche e le condizioni di vita di questa città di 550000 abitanti, capitale della scozia dal 1452, benché meno popolata di Glasgow. Edimburgo è soprannominata “la città nera”, a causa della fuliggine che ha ricoperto gran parte degli edifici più vecchi, per l’utilizzo intenso – fatto in passato – del carbone come combustibile. Si notano numerosi comignoli, sui tetti delle case realizzate nel periodo georgiano e vittoriano, che segnalano il numero delle stanze che venivano riscaldate. Ancor oggi, che si usa il gas, ad Edimburgo – in tali quartieri – vengono mantenute tali caratteristiche. La città è carissima, più di Londra. Gli stipendi purtroppo non sono proporzionati al costo della vita. A titolo d’esempio lo stipendio medio di un impiegato, con un’anzianità di 2 o 3 anni, è di solo 1000 sterline al mese. Al primo impiego si raggiungono appena 600 sterline (700 per i bancari) che rappresenta il solo costo d’affitto di un alloggio di 45 mq. Dovendo anche sostenere le tasse per la casa (che sono a carico del conduttore, anziché del proprietario) che possono arrivare a 140 sterline al mese in zone centrali e pagare il riscaldamento elettrico (di 100 sterline) e la nettezza urbana, diventa problematico per un giovane rendersi indipendente. Per superare questi problemi, molti giovani dividono l’appartamento con altri o si fanno aiutare dai genitori quando questi possono acquistare appartamenti di 2 o 3 camere da letto, per poi  affittarli a loro e ad altri giovani che insieme coabiteranno. Il lavoro comunque si trova senza problemi. I giovani universitari, costretti a trasferirsi per gli studi, sono aiutati economicamente dallo Stato, sia con l’esonero dalle tasse, sia con prestiti di 200 sterline al mese, a titolo di concorso per le spese d’affitto. Non essendo ciò sufficiente a coprire tutte le loro spese, gli studenti sia aiutano economicamente effettuando lavori di part-time presso ristoranti, birrerie o all’interno del campus universitario. I giovani iniziano a bere a 17 anni, perché prima è proibito, ma recuperano subito dopo gli anni costretti al digiuno. Bevono molto, sia per superare il freddo, sia per il gusto precipuo di divertirsi e di ubriacarsi. Il venerdì e il sabato sera sono i giorni in cui alzano veramente il gomito, riuscendo – nelle cinque ore di divertimento al pub – a bersi dalle 10 alle 15 pinte (mezzo litro) di birra, facendosi poi doverosamente riportare a casa dal taxi (la cui spesa viene divisa tra amici). Il whisky è piuttosto caro e un solo assaggio (non un bicchiere) costa già tre sterline. Solo verso i 30 anni abbandonano questi eccessi. Questa vita sregolata la si nota soprattutto nelle ragazze, che diventano grasse in breve tempo. A 18 anni molte hanno il primo figlio, a volte perché rimangono incinte dopo brevi relazioni e per abuso di alcool. Si sposano per gioco a 21 anni e spesso si separano, anche in presenza di figli numerosi. Non hanno molte esigenze per la casa, che arredano con il minimo indispensabile e senza gusto. Non ci tengono all’automobile seppur amano viaggiare, usando l’aereo e tour operator che gli preparino dei pacchetti turistici convenienti per le loro destinazioni preferite: Messico, Baleari, Canarie e Caraibi. Spesso ricorrono ad organizzazioni apposite per risparmiare negli acquisti, tipo il Charity Shop, che vende mobilio ed accessori usati. Non esistono mercatini come da noi, ma solo negozi e supermercati.

Arriviamo quindi ad Edimburgo e, dopo un giro orientativo della splendida città (a buon titolo riconosciuta come patrimonio mondiale dall’Unesco) che visiteremo in modo più approfondito l’indomani, raggiungiamo il nostro albergo (Hotel Thistle – 4 stelle), situato ai piedi del Calton Hill e a 10 minuti dall’elegante Princess Street.

 

30/6/2005

Dopo la solita abbondante colazione, con un tempo decisamente imbronciato visitiamo dapprima in pulman la New Town, sorta nel 1700 per rispondere alle sopravvenute esigenze di pulizia, ordine ed igiene che si rendevano allora necessarie. All’epoca, nella parte vecchia, l’immondizia e l’orina venivano gettate nelle strade. Il progetto urbanistico e residenziale, in una nuova area adiacente a quella in cui si viveva, venne vinto dall’architetto J. Craig che decise di far costruire strade e piazze di larghe dimensioni, perfettamente geometriche e perpendicolari. Iniziamo la visita da St. Andrew Square (vicina al nostro albergo) per poi proseguire in George Street e quindi raggiungere l’opposta Charlotte Square. Gli edifici che vediamo eretti in tale contesto rivelano chiaramente il pensiero e l’anima di un urbanista, l’eleganza delle costruzioni in stile georgiano e la  solidità delle stesse. In alcuni palazzi sono visibili delle finestre ricoperte e il motivo va ricercato nella decisione a suo tempo presa di sfuggire all’imposizione della “tassa sulle finestre”, introdotta da Pitt. Proseguiamo quindi sulla parallela Queen Street, dove si trovano moltissime banche, agenzie di viaggio, assicurazioni, uffici finanziari. Qui vi sono le case e gli appartamenti più cari (gli affitti raggiungono le 1000 sterline al mese) e i quartieri residenziali più eleganti. I giardini prospicienti sono di proprietà privata. Ci dirigiamo ora verso la Old Town, percorrendo la strada principale – Princess Street – dove è un susseguirsi di negozi e di gente che cammina in entrambi i lati. Domina questa strada l’alto monumento neogotico dedicato a Walter Scott. Grazie a un divieto - imposto nel 1816 – di costruire edifici sul lato sud, da questa via si può ammirare l’intera estensione della Old Town e naturalmente il relativo Castello, posto in posizione sopraelevata. A lato della Princess street, si possono ammirare gli splendidi giardini, con l’esteso e riposante tappeto verde, gli alberi ombrosi, le molte varietà di rose e le violacee lavande poste sul pendio che cinge i sentieri, l’orologio floreale (quest’anno dedicato a Christian Andersen, per il bicentenario della sua nascita . Oltre i giardini corre interrata la linea ferroviaria e su di essa sorge la National Galleries of Scotland.

Visitiamo quindi il famoso e imponente Castello che domina la città da una piccola collina di origine vulcanica. Vi si accede dall’Esplanade (il piazzale dove si tengono ogni estate gli spettacoli e le parate militari) e si prosegue ascendendo tre diversi livelli. Nel corpo inferiore vi è il posto di guardia e una porta a saracinesca; in quello centrale la lunga scala di 70 gradini che in origine conduceva all’accesso principale del castello, la batteria Argyle di 6 cannoni, la rimessa dei carri e la Casa del Governatore; in quello superiore la cappella di S. Margherita (del 1124), la batteria a semicerchio nonché il famoso cannone medievale Mons Meg (costruito in Belgio nel 1449, del peso di 6 tonnellate, che riusciva a sparare palle di 150 kg anche a 3 km di distanza) e più in su il Cortile della Corona. Su quest’ultimo sorgono il Palazzo Reale (con stanza del parto di Maria Stuarda e la Sala della Corona con i gioielli e le insegne reali della Scozia: la corona, lo scettro, la spada cerimoniale e la pietra del destino), il Salone d’Onore (la sala per le cerimonie più importanti con il grandioso soffitto a travi a sbalzo,  con i pannelli di legno  e con le eleganti vetrate), il Palazzo della Regina Anna e il Monumento Nazionale Scozzese ai caduti, i sotterranei del castello con le prigioni di guerra del 1781 che custodirono anche 1000 prigionieri).

Dopo la visita al Castello il gruppo si scioglie e ciascuno di noi può visitare liberamente la Old Town. Il tempo è purtroppo inclemente e pioviggina. Decidiamo di percorrere tutto il Royal Mile (di un paio di km) per raggiungere il Palazzo di Holyrood posto al termine. Si incontrano bei palazzi d’epoca, negozi di turisti, pub e ristoranti e la Cattedrale di St. Giles che visitiamo, ammirandone in particolare le vetrate gotiche riccamente decorate. Nonostante la pioggia, la gente è numerosa e mi domando come ci si potrà muovere in agosto quando in questa strada si svolgerà il Fringe Festival, il festival alternativo con artisti di ogni specialità che si aggiungerà a quello ufficiale.

Decidiamo di farci uno spuntino, prima di poter assistere alle 13 allo spettacolo dell’orologio meccanico in funzione presso il Royal Scottish Museum e ci infiliamo in un localino, posto su una via laterale del Royal Mile, dove mangiamo il solito fish & chips accompagnato da un bicchierone di coca cola. Riusciamo a trovarci all’appuntamento a Chambers Street – dove è situato il Museo – e ad assistere con altri curiosi a questa meraviglia tecnologica che peraltro si ritrova in altre città europee. Approfittiamo per visitare il Museo che (stranamente, come molti altri qui ad Edimburgo sono gratuiti) contiene raccolte di collezioni di storia naturale, d’argenti, di porcellane e di oggetti etnici. Alla stessa ora viene sparato un colpo di cannone a salve dal Castello di Edimburgo.

Ripreso il Royal Mile, dopo essere passati davanti alla Biblioteca Nazionale Scozzese (la più grande della Gran Bretagna con oltre 4 milioni di libri), proseguiamo la discesa dirigendoci verso il Palazzo di Holyrood. Prima di arrivarci incontriamo sulla destra il Museum of Childhood che raccoglie un’infinità di giocattoli e arredi d’infanzia dei tempi passati e sulla sinistra la Casa di John Knox (riformatore religioso scozzese) e infine il moderno Parlamento Scozzese che purtroppo contrasta notevolmente con il vicino Palazzo Reale. Era nostra intenzione volerlo visitare, ma l’arrivo dei Reali Britannici, in occasione del G-8 della settimana successiva, ce l’ha impedito. La zona era transennata e lungo tutto il perimetro stazionavano numerosi poliziotti. Ci siamo potuti avvicinare solo sino ad un certo punto, riuscendo però a cogliere l’uscita dal Palazzo di persone che probabilmente erano state invitate per un ricevimento. Qualcuno era elegante, qualche signora un po’ meno (considerando la stonatura del colore della borsetta con quello delle scarpe e del vestito, fattami notare .. da mia moglie) e qualche signore indossava il kilt. Peccato non si sia potuto visitare il Palazzo, le opere d’arte della collezione reale e i giardini.

Ripercorriamo quindi a ritroso il Royal Mile, fermandoci in un negozio ad acquistare degli oggetti celtici per ricordo. Attraversiamo quindi il North Bridge ed entriamo nella New Town a Princess Street per raggiungere il nostro vicino albergo, con la primaria necessità di farci una doccia rigeneratrice e riposante per i nostri piedi.

La cena, contrariamente al solito non è dovuta (ma lo sapevamo in partenza), poiché nel nostro albergo è stata organizzata in tale giornata “la serata scozzese” dove – con il costo individuale di 38 sterline – si ha diritto sia a cenare che a partecipare allo spettacolo musicale della durata di un’ora e mezza. Ritenendo poco conveniente la proposta (accolta da 18 persone delle 46 del gruppo), per aver comunque già visto uno spettacolo (e per di più gratuito) del genere a Fort William, rinunciamo e andiamo nel vicino ristorante a mangiare “all’italiana”. Cattiva scelta perché – essendo un self-service - la pasta presentata era veramente scotta! Ci siamo rifatti sul pesce, su altri secondi e sulla frutta, perché si poteva mangiare - senza alcun limite - al prezzo complessivo, bevande comprese, di 13 sterline. Il gestore è un italiano, di famiglia pugliese ma lombardo di ultima provenienza, che vive ad Edimburgo da più di una decina d’anni. Sua intenzione sarebbe poter sopravvivere così sino alla pensione e ritrasferirsi poi in Italia … per godersela, magari nel varesotto. Mentre mangiavamo è dovuto intervenire per allontanare un giovane ubriaco che voleva entrare, dandogli della moneta per convincerlo a proseguire altrove. Purtroppo non è stata l’unica volta che ci è capitato di  assistere a scene del genere, sia di ragazzi che anche di ragazze.

 

01/07/2005

Ultimo giorno e tempo splendido, l’opposto di ieri la cui giornata uggiosa non ci ha permesso di cogliere la bellezza del tramonto, quando la luce del sole fa risplendere di rosso gli edifici della Old Town, allineati sulla collina.

Poiché ripartiremo con il pulman verso l’aeroporto alle 14.30, decidiamo in mattinata, dopo aver fatto colazione e preparato le valigie, di fare una passeggiatina su Princess Street, in attesa di visitare dalle 10 (ora di apertura) uno dei numerosi musei gratuiti di Edimburgo. Entriamo nei giardini e scattiamo le ultime fotografie. Ci sediamo poi su una delle numerose panchine e ci godiamo la natura, accarezzati dal sole. Uno scoiattolo si lascia persino avvicinare, ma non abbiamo purtroppo nulla da offrirgli.

Siamo vicini alla National Gallery of Scotland, il museo che vogliamo visitare, che fronteggia la Royal Scottish Academy, assomigliante a un tempio greco e che ospita esposizioni temporanee. Alle dieci in punto entriamo alla N.G. e qui abbiamo la fortuna di ammirare: al pian terreno dipinti eccezionali realizzati dai più celebri maestri italiani, fiamminghi, olandesi quali il Guercino, Tiziano, Raffaello, Rubens, Van Dick e Vermeer; e al piano superiore dagli impressionisti Van Gogh, Monet ed altri.

Usciamo ed entriamo in un grande negozio sulla Princess Street a fare le ultime compere: l’haggis (il piatto tipico scozzese, una prelibatezza che ho assaggiato nel self-service di Balmoral, costituita da frattaglie di pecora) e i famosi biscotti al burro Walkers, così da liberarci anche della moneta che non potremo cambiare in Italia. Al piano superiore di questo negozio vi è un ristorante e ne approfittiamo per fare uno spuntino con zuppa di lenticchie e con un dolce. Alle finestre, un uomo del negozio si accinge a predisporre delle protezioni in vista del prossimo G-8.

Nell’attesa di riprendere il viaggio di ritorno, ripercorro con la mente e con il cuore tutti i luoghi incontrati in questo tour, riassaporandone il fascino, la straordinaria natura, i laghi, il paesaggio ondulato, gli spazi infiniti e il ritmo di vita tranquillo.

All’Aeroporto facciamo il ceck-in, dividendoci su due diversi sportelli ma purtroppo la nostra fila non scorre, a causa di problemi del nastro trasportatore delle valigie. Fortunatamente anche noi  riusciamo a passare e ad assicurarmi uno degli ultimi posti con a lato il finestrino, per poter fotografare dall’aereo.

Partiamo con un’ora di ritardo e, tranne il tratto iniziale, viaggeremo quasi sempre sopra un banco di nuvole a pecorelle. Giunti alle Alpi le nuvole fortunatamente iniziano a diradarsi, per cui posso scorgere man mano i numerosi paesi italiani che si susseguono e popolano il territorio, rivelando la maggiore densità abitativa rispetto a quella francese e britannica, osservata all’andata. Vengo richiamato da uno stewart, mentre scatto qualche fotografia in fase di atterraggio, sconoscendo il divieto (ma debbo approfondire se è vero e in quali casi). Dopo una serie di manovre e di virate un po’ spericolate (forse a causa dell’arrivo in discesa dalle Alpi) fatta dal pilota, giungiamo – grazie al cielo – sani e salvi al Terminal 2 della Malpensa, dopo 2 ore e 15 minuti di volo. All’uscita troviamo puntualmente (senza aver telefonato del nostro arrivo) il pulmino-navetta che ci raccoglie e ci porta al Parcking 2000 dov’è custodita la macchina che ci riporterà infine a casa.

Un saluto a tutti (e un bacione alle care lettrici) con l’augurio  che possiate - quanto prima  - anche voi visitare questo stupendo Paese che rimarrà sempre nel mio cuore!

 

Sergio.

 

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