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Il cielo di maiolica blu
“ In Turchia? Di nuovo? Ma cosa ci andate a fare?”
Questo è quello che ci chiede la gente quando diciamo che
quest’anno, per la settima volta, andremo in Turchia.
Per chi non conosce questo paese è difficile comprendere
molte cose.
E’ difficile immaginare quanta storia ci sia da vedere e
quanta ce ne sia nel sottosuolo, ancora da scoprire; è
difficile immaginare quanto sia affascinante osservare un
artigiano lavorare con perizia nella sua bottega realizzando
oggetti di vario genere e di rara bellezza; è difficile
riuscire ad apprezzare solo con la fantasia i colori ed i
sapori dell’eccellente cucina ottomana; è difficile
visualizzare paesaggi sempre diversi di zona in zona e che
non annoiano mai; impossibile, però, è comprendere quanto
sia meravigliosa la popolazione.
Ed è di questo in particolare che voglio raccontare, perché
dei luoghi da visitare si può leggere su qualsiasi guida
turistica.
Viaggiando in fuoristrada con la tenda sul tetto ogni sera
si ha il problema sul dove dormire; i campeggi non sono
frequenti nelle zone non turistiche ma abbiamo imparato che
qui basta chiedere, di certo qualcuno verrà in tuo aiuto.
Come è successo nel parco ornitologico sul lago dopo
Bandirma; ci avviciniamo un po’ timorosi per chiedere se
possiamo aprire le tende nel parcheggio ed il custode senza
alcun indugio apre la sbarra e ci fa accomodare all’interno
del parco: attorno a noi solo alberi, uccelli e stelle.
E cosa dire delle persone che, sulle montagne tra Sivas ed
Erzurum, ci hanno fatto campeggiare in un grande complesso
termale? A gesti abbiamo chiesto, a gesti hanno risposto e,
con molta riservatezza, sono venuti tutti a vedere grazie a
quale magia riuscissimo a dormire sul tetto della macchina!
Il viaggio prosegue inesorabilmente verso est ed arriviamo
alle pendici del mitico Monte Ararat. Ci fermiamo nel primo
campeggio che incontriamo sotto il palazzo di Ishak Pasa e
veniamo accolti da un festante popolo curdo che non sembrava
aspettare altri che noi.
I bambini ci girano intorno curiosi invitando subito le mie
nipotine ad unirsi ai loro giochi; gli adulti, che parlano
un po’ d’inglese, sulle prime sono un po’ più timidi ma
appena rivolgiamo loro un semplice sorriso cominciano con un
mille domande: come ti chiami, da dove vieni, che lavoro
fai, è la prima volta che vieni in Turchia. Poi proseguono
raccontandoti di loro: una ragazza dal bel viso con i
capelli coperti dal velo mi dice di essere una studentessa
universitaria alla Facoltà di Medicina a Trabzon, mi
racconta di quanto sia bella quella città e che devo
assolutamente vederla….magari la prossima volta, rispondo
io. Perché sicuramente tornerò.
Il paesaggio continua a cambiare, si passa dai verdi prati,
ai dorati campi di grano al nero delle rocce laviche al blu
del Lago Van, che del mare ha le dimensioni e l’acqua
trasparente.
Nel cratere del Vulcano Nemrut vive d’estate Ramazan. La sua
dimora è una tenda piantata sulle sponde del lago di
cristallo; in questo luogo incantato, anche perché solo
nelle favole si trovano i gabbiani a 2300 metri
d’altitudine, vende bibite fresche e offre giri sulla sua
sgangherata barchetta. In inverno studia ingegneria e, per
noi, ha superato la sua avversione per il pesce pulendoci
un’enorme carpa che ci ha offerto per cena.
Sulle rive del Tigri, però, penso di aver incontrato la
persona più singolare di questo viaggio.
Hasankeyf è un particolare quanto bellissimo paese in piena
Mesopotamia e che, per la costruzione di una diga, entro
quattro anni verrà completamente sommerso dalle acque del
fiume. Osman è un simpatico ragazzo curdo che sta facendo il
militare nell’esercito turco ad Ankara; grazie a lui abbiamo
dormito sulle sponde del Tigri sotto un tetto di luminose
stelle ed abbiamo conosciuto un esuberante dottore che,
appena saputo che eravamo turisti italiani, è saltato in
piedi, dentro il suo abito bianco latte, con un grosso
melone in mano dicendo di volercelo offrire come
ringraziamento per essere venuti a visitare il suo paese.
Hamit, questo è il suo nome, si ferma a parlare con noi e si
fa scattare numerose foto che chiede gli siano spedite via
mail. A prima vista ci è sembrato un po’ “svitato” ma era
solo un uomo davvero riconoscente verso delle persone che,
come noi, sono andate oltre a ciò che si racconta della
Turchia dell’est, dei terroristi e dei pericoli che si
possono correre.
E poi si arriva in Cappadocia, a Uçhisar, dove rivediamo gli
amici di sempre come Faruk, il più bravo e onesto
commerciante di tappeti che si possa trovare, e dove ogni
volta ci si possono fare amici nuovi come Hasan e la sua
famiglia; è vero, loro il resto dell’anno vivono in Italia
ma che importa? Sono sempre amici turchi.
Tutto questo è la Turchia dove, sotto un perenne cielo di
maiolica blu, una donna per strada ti può chiamare per
regalarti della verdura.
“Güle Güle” Sorridi Sorridi, dice chi resta al viaggiatore.
“Allahismarladik” Ti affido a Dio, risponde chi se ne va.
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