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Istanbul…non pervenuta
Mentre le mie dita affondano nel tuo candido e morbido
manto, avverto una piacevole soddisfazione, e mi lascio
sprofondare nella grande sacca dai caldi colori, un fumo che
sa di mela mi avvolge e mi solletica il palato, apro gli
occhi e incrocio i tuoi, uno azzurro e uno verde, che mi
fissano come due fanali accesi.
Assecondo volentieri la tua richiesta di coccole, e in
cambio ti chiedo di assecondare la mia, portami alla
scoperta di questo luogo magico, te che ne conosci
abbastanza.
Passeggiamo in giardini pieni di fiori e fontane,
attraversiamo un lungo ponte con tanti pescatori, e sorrido
quando ti scorgo con la testa in un cesto per rubare una
sarda appena slamata.
Poi ti seguo fino su, in cima ad una torre, che costruirono
i genovesi.
Il panorama da quassù è unico, la maestosità di questa città
adagiata su tre mari mi lascia per qualche istante senza
fiato, poi l’aria salmastrosa invade di nuovo i miei
polmoni.
Quanti commerci ha visto, e continua a vedere.
Quante civiltà sono passate da qui, prima Bisanzio, poi
Costantinopoli ed ora Istanbul.
Un tuo miagolio mi ricorda che dobbiamo andare.
Tra discese e salite scopro nuovi vicoli animati da sciami
di persone, intente a vendere qualsiasi cosa e poi, una dopo
l’altra, ecco la via dei bottoni, dei fiori finti, della
carta, delle bomboniere, delle scarpe, dei foulards…
Mi guardo intorno e sono felice di essere parte di questo
caotico mercanteggiare: quante cose, quanti profumi, quanti
colori e quante parole, tutti parlano, raccontano.
Ti chiamo e non ti vedo, perché mi abbandoni così, bel
gattone?
Un ragazzo attira la mia attenzione, vende pannocchie.
Mi avvicino al suo carretto per comprarne una, ed ecco che
ti ritrovo, lì sei seduto a beffarti di me.
Gusto la mia pannocchia arrostita tra la Moschea Blu e la
sua imponente dirimpettaia, Santa Sofia, quando
all’improvviso vedo il cielo cambiare colore, diventare
scuro.
Resto immobile sui miei piedi affaticati con gli occhi
sbarrati e la pannocchia in mano: un nugolo di aggraziati
pennuti, sono migliaia di cicogne silenziose e ordinate che
percorrono chissà quanti chilometri per migrare verso paesi
più caldi dove svernare.
Che emozione inaspettata!
Il sole tramonta sul Bosforo, tutto si fa dorato e Istanbul
pian piano si illumina di tante luci in questa calda sera di
agosto.
Torno sulla mia sacca di kilim, logorata dal tempo, ma per
questo ancora più bella, e guardo Pamuk, il gatto bianco
come il cotone, acciambellato ai miei piedi.
Chiudo gli occhi e torna vivo il ricordo di quando ero
bambina e sentivo un certo colonnello Bernacca annunciare:
Istanbul…non pervenuta.
Silvia Cecchi
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